di Cecilia Raneri e Serena Talento

 

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illustrazione di Veronica Leffe

 

Una delle questioni che periodicamente tornano ad alimentare il dibattito letterario internazionale riguarda le diverse forme nelle quali continua a declinarsi e a rinnovarsi il genere dell’autofiction. Nuove forme di scrittura ibrida si affacciano sul panorama letterario, caratterizzate da articolazioni interne di volta in volta inesplorate, ma sempre indirizzate a far esplodere il rapporto tra “fact” e “fiction” per giungere alla ridefinizione di un genere che sembra ogni volta nuovo pur continuando a conservare una profonda coerenza con il proprio statuto.

In So Many Olympic Exertions (Kaya Press, Los Angeles 2017), libro d’esordio di Anelise Chen, l’autofiction raggiunge anche la forma dell’esortazione. Un’esortazione rivolta anzitutto a sé stessa, ma anche al resto del mondo.

Anelise Chen è una scrittrice statunitense nata a Taiwan e cresciuta a Temple City, in California. Attualmente vive a Manhattan. È autrice di numerosi articoli e saggi pubblicati su riviste come “The New York Times”, “BOMB Magazine”, “The New Republic”, “VICE”, “The Rumpus”. Insegna scrittura creativa alla Columbia University e ha una rubrica dedicata alla vita dei molluschi sulla “Paris Review”.

Grafias ha intervistato Anelise Chen non solo per condividere con i propri lettori la voce e le suggestioni che accompagnano il lavoro della scrittrice taiwanese, ma per affrontare insieme a lei, anche nella sua veste di giornalista culturale, alcuni dei temi più scottanti del dibattito contemporaneo: qual è il significato di parole come identità e immigrazione, cosa vuol dire creare oggi una comunità di scrittori che vive in un paese straniero e che, nel caso della Chen, è formata dagli scrittori asiatici che vivono negli Stati Uniti, e che vogliono creare una rete impegnata a definire la cultura asioamericana di domani.

Tutto ciò comporta riconsiderare come letteratura e lavoro editoriale si intreccino continuamente con le questioni di maggiore rilevanza storica, sociale e politica, e non solo culturale.

Ringraziamo la “Los Angeles Review of Books” che ha scelto di ospitare, in contemporanea alla pubblicazione in Italia su Grafias, la versione in inglese dell’intervista ad Anelise Chen. Un’ulteriore esperienza rivolta a creare ponti e connessioni, per permettere agli operatori culturali di paesi diversi di potersi confrontare su un comune terreno di dialogo, in un momento storico nel quale da diverse parti del mondo sembra sentirsene particolarmente il bisogno.

 

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Anelise Chen

Sei nata a Taiwan e ti sei trasferita negli Stati Uniti da bambina. Com’è stato crescere in un sistema culturale diverso, ne sei stata completamente assorbita o hai potuto comunque mantenere qualcosa del tuo ambiente di nascita?

Sono cresciuta nella San Gabriel Valley, che adesso è un sobborgo a prevalenza asiatica, a est di Los Angeles. Penso che la mia esperienza sia stata abbastanza specifica di un preciso momento storico. Quando la mia famiglia si è trasferita – all’inizio degli anni novanta – la San Gabriel Valley stava ancora trasformandosi da quartiere a maggioranza bianca a quartiere a maggioranza asiatica. Prima di allora, la nostra città aveva vissuto in un’atmosfera sonnolenta, idealizzata, tutta americana, di quelle che si vedono nei film. Ci hanno persino girato alcuni episodi di The Wonder Years[1]. Per questo, quando gli immigrati asiatici cominciarono a lasciare le tracce della loro presenza, quando presero ad aprire le loro attività nella zona commerciale, suscitarono parecchio scontento e ostilità.

Non vennero fatti molti tentativi per creare un ponte tra le comunità e per provare ad attenuare le divisioni culturali e linguistiche. E tutte queste emozioni negative latenti venivano a galla quando si discuteva su argomenti che potevano anche non riguardare direttamente la questione, come l’immigrazione, le tasse, i servizi sociali o la criminalità. O, ad esempio, se le insegne commerciali dovessero per legge essere scritte in inglese.

Poi c’è un altro esempio davvero incredibile, di cui prima o poi dovrò scrivere perché è stato ormai quasi del tutto dimenticato. All’inizio degli anni novanta, Temple City era conosciuta come “la capitale mondiale dei negozi di abiti da sposa”. La soprannominarono così perché alcuni negozianti taiwanesi aprirono degli studi fotografici per spose sulla strada principale, il che era una cosa del tutto normale a Taiwan. Là le attività commerciali si raggruppavano insieme a seconda del tipo, c’erano distretti dedicati ai calzini, ai fiori o alle erbe medicinali. Ma non era questo il modo in cui erano tipicamente organizzate le strade principali negli Stati Uniti. Così, quando questi negozi per spose iniziarono a spuntare l’uno accanto all’altro, i residenti rimasero perplessi. Com’era possibile che ci fossero così tante persone che dovevano sposarsi? Non sembrava economicamente sostenibile. Quelle persone non erano consapevoli della dimensione della diaspora asiatica e non stavano considerando che molte coppie venivano anche da altri luoghi per fare le foto a Temple City. Immaginarono il peggio: che questi negozi fossero una copertura per la prostituzione. Un uomo addirittura si candidò a sindaco con il programma di “ripulire” la strada principale della nostra città. Questi studi fotografici per matrimoni hanno sopportato ispezioni e irruzioni improvvise per anni. Trovo molto interessante come persino la più innocente, onesta e virtuosa delle attività commerciali (voglio dire, stiamo parlando di fotografi per matrimoni!) potesse essere criminalizzata solo perché non se ne riconosceva la natura.

Questi immigrati portavano avanti attività legittime, pagavano le tasse, riempivano vetrine che erano rimaste vuote, mantenevano alto il valore di proprietà altrui eppure venivano calunniati.

A scuola, gli altri bambini scherzavano sulla nostra “via della prostituzione”, e noi semplicemente lo accettavamo. Non sapevamo che altro fare. In quel periodo c’era come una frattura cognitiva dentro ognuno di noi. Tutti i nostri insegnanti, i presidi, gli allenatori e le figure più importanti della città appartenevano ancora alla vecchia guardia ed erano quasi tutti bianchi. Noi facevamo del nostro meglio per farci accettare, ma allo stesso tempo percepivamo che per loro eravamo soltanto una seccatura. La nostra stessa presenza li infastidiva, anche se non stavamo facendo niente di male, e rappresentava di per sé una violazione. Così a scuola cantavamo i canti di Natale, celebravamo il giorno del Ringraziamento, veneravamo il football e sostenevamo la “tradizionale” cultura bianca americana, alcuni di noi segretamente avrebbero persino voluto essere bianchi, pur essendo consapevoli per tutto il tempo che stavamo diventando noi la maggioranza della popolazione del posto. Nelle nostre case invece parlavamo la nostra lingua ed esprimevamo la nostra cultura.

All’epoca per me tutto questo quasi non aveva senso. A un certo punto mi sono anche chiesta se mi fossi inventata tutto. Per questo motivo, qualche anno fa ho provato a scrivere la storia di quel momento di transizione e sono andata online per vedere quale fosse l’opinione riguardo ad alcune questioni nella mia città. Quella ricerca mi ha portato a visitare alcuni forum e chat room creati da persone che al tempo abitavano a Temple City. C’era un gruppo Facebook che si chiamava “I USED to love Temple City”. Tantissime delle loro lamentele riguardavano questi “covi della prostituzione” e le loro esperienze personali al riguardo. Era incredibile quanto razzismo ci fosse in quelle pagine. C’erano aneddoti scandalosi su persone che avevano scoperto interi harem pieni di donne. Era pura follia. Ho provato più volte a immaginare cosa avessero potuto vedere quelle persone per averlo interpretato come un harem, ma è stato del tutto inutile. Sono entrata molte volte in quegli studi per delle foto di famiglia e non vi ho mai trovato nulla che fosse anche lontanamente osceno. Forse hanno visto un gruppo di commesse che mangiavano il loro pranzo? Che sia stato qualcosa di così innocente? Manichini in un magazzino? Questo serve solo a dimostrare quanto possano essere profondi e radicati i loro pregiudizi di conferma. Perciò in un certo senso mi sono sentita giustificata. Non mi ero solo immaginata tutto quel razzismo. C’era davvero. In pratica questi ex residenti avevano nostalgia di un luogo che non poteva più esistere. I loro post erano quasi tutti del tipo: “Vi ricordate il vecchio chiosco, vi ricordate il drive-in? Vi ricordate quando non c’erano gli immigrati asiatici?” Le ragioni strutturali per il declino e la rinascita di una città sono così complicate che queste semplici spiegazioni diventano ciò a cui le persone si aggrappano. Dire cose come: “Oh, le nostre industrie si sono spostate oltreoceano; gli operai sono stati sostituiti dalle macchine; c’è stato il white flight[2]; e poi la globalizzazione” è molto più difficile rispetto a dire: “Gli immigrati asiatici hanno rovinato la nostra città”. In tutti i casi, è proprio questo il lavoro dell’artista. Iniziare a raccontare un diverso tipo di storia.

 

Il tuo libro, So Many Olympic Exertions, è stato definito come un mix di “elementi di self-help, memoir e letteratura sportiva” ed è stato paragonato al lavoro di alcuni dei più importanti autori di autofiction contemporanei. Attualmente scrivi anche una rubrica sulla vita dei molluschi, che sono una metafora per il personaggio del narratore. Qual è la tua idea di autofiction?

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Ho recentemente partecipato a una tavola rotonda con altre tre straordinarie scrittrici – Chris Kraus, Tisa Bryant e Q.M. Zhang – e abbiamo cercato di rispondere alla stessa domanda. I nostri libri sono molto diversi tra loro, ma tutti possono essere definiti come “autofiction”. Ci siamo chieste se non si tratti semplicemente di una definizione del marketing, non utile per fare una distinzione di genere. Penso che quando qualcosa viene commercializzato come autofiction, significa che c’è un’intenzionale confusione tra l’autore e il narratore. Il lettore è invitato a leggere il narratore come se fosse l’autore, perché hanno entrambi lo stesso nome o perché condividono qualche altro elemento biografico essenziale. Ma allo stesso tempo l’autore non vuole dire se qualcosa sia davvero successo o no. Altrimenti starebbe soltanto scrivendo un memoir. Ho capito da altri scrittori di autofiction che abbiamo spesso una cosa in comune: molti di noi sentono un’inspiegabile repulsione verso la fiction o la sensazione di stare “inventando qualcosa”. Non si può spiegare: nel momento in cui ci sentiamo come se stessimo inventando qualcosa, proviamo disgusto. Quindi l’autofiction potrebbe essere il risultato finale più logico quando uno scrittore di fiction non sopporta la fiction. Mi ricordo che quando stavo scrivendo il romanzo speravo di riuscire a scrivere un libro convenzionale con scene, personaggi e una trama. Le mie primissime bozze erano “inventate” in questo senso. Le persone parlavano usando frasi intere e di tanto in tanto il narratore si intrometteva con qualche breve spiegazione. Ma qualcosa continuava a sembrarmi sbagliato, ed è stato solo quando ho adottato uno stile più da diario, nel quale potevo descrivere le cose come le vedevo e come le vivevo davvero, in maniera frammentaria e disordinata, che sono riuscita a finire il libro.

 

Quali sono gli autori che hanno influenzato il tuo stile?

Non saprei se “suono” come qualcuno, perché tutto quello che scrivo finisce per suonare come me stessa, e poi sono stata influenzata da scrittori diversi in diversi momenti della mia vita. Per So Many Olympic Exertions sono stata influenzata soprattutto da Bernhard, Kafka, Handke, Walser e Rilke. Dev’essere una coincidenza che tutti loro scrivessero in tedesco! Ho letto un sacco di diari e di testi in forma di diario, come Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares[3] di Pessoa, Telegrams of the Soul[4] di Peter Altenberg, Il peso del mondo[5] di Handke, Bartleby e compagnia[6] di Enrique Vila-Matas. Questi scrittori rappresentano in qualche modo tutti dei fallimenti, mentre tentano di scrivere attraverso il silenzio, i loro blocchi e l’incoerenza.

swimming_studies_coverIn ogni caso, ho scritto il mio libro nell’arco di sei anni, e ovviamente ho letto un sacco durante quel periodo, quindi non posso dire per certo chi sia penetrato di più nella mia coscienza. Ho letto Volti nella folla[7] di Valeria Luiselli quando avevo quasi finito il libro e mi ha aiutato ad arrivare più velocemente alla fine, perché anche lì la struttura è costruita intorno a un vuoto. Ho anche letto Sembrava una felicità[8] di Jenny Offill che è fatto di frammenti. E Swimming Studies[9] di Leanne Shapton, che mi sono portata in giro nella borsa per mesi. Avevo bisogno di rassicurazione sul fatto che la forma che avevo costruito non fosse folle, quindi leggere quei libri è stato molto tranquillizzante. Sono anche profondamente in debito con i libri che mi hanno sostenuta spiritualmente durante quegli anni, e sono troppi per elencarli qui.

 

Qual è stato l’ultimo libro che hai letto?

Ieri notte sono rimasta a casa e ho letto The World Goes On[10] di László Krasznahorkai. È davvero eccezionale e si legge velocemente. Ho preso appunti febbrilmente per tutto il tempo. Mi è piaciuto anche The Manhattan Project[11], un libro molto breve sul suo periodo a New York, quando si ossessionò brevemente con l’idea di ripercorrere i passi di Herman Melville.

 

Come Fiction Editor dell’Asian American Writers’ Workshop, hai lavorato all’importantissimo progetto di “costruire la cultura asioamericana di domani”. Sembra una grande responsabilità. Cosa pensi riguardo alla cultura e alla letteratura asioamericana contemporanea? E quanto c’era del tuo lavoro come autrice e scrittrice nel tuo lavoro come editor e viceversa?

Come editor ero molto attenta a non lasciare che il mio stile personale trapelasse negli articoli. Un mio amico, che è un editor eccellente, ha un detto: un buon editor dovrebbe essere come un ventriloquo. Il suo lavoro consiste nell’aiutare gli scrittori a rafforzare e chiarire qualsiasi cosa stiano cercando di dire.

Per quanto riguarda ciò che penso della cultura asioamericana di oggi, si tratta di un argomento vastissimo. Kaya Press si occupa di pubblicare le opere della diaspora asiatica, e questa è stata una delle principali ragioni per cui ho deciso di lavorare con loro. Crescendo, non sono mai stata esposta a storie asioamericane a scuola, con l’eccezione di Amy Tan e Maxine Hong Kingston. Amavo entrambe queste scrittrici, ma è vergognoso che non avessimo nessun altro da leggere. E sono cresciuta in una comunità a maggioranza asioamericana. A scuola non leggevamo Jessica Hagedorn o Chang Rae-Lee. Per un lungo periodo, non ho saputo cosa volesse dire vedere la mia esperienza rappresentata nella letteratura. Forse è per questo che, quando ho iniziato a scrivere, tutti i miei narratori non avevano nome, erano generici e non appartenevano a nessuna etnia specifica. Potevo scrivere solo quello che sapevo, e in tutti i casi in letteratura conoscevo unicamente l’universale personaggio maschile bianco. Adesso, penso che i giovani asioamericani se la passino meglio. Possono accendere la TV e guardare Fresh Off the Boat[12]. Non sembra più così strano assumere un punto di vista asioamericano. È importante che l’industria editoriale continui ad accogliere punti di vista e background differenti, così che possiamo imparare come essere empatici e riconoscerci l’un l’altro.

 

Hai lavorato in molti ambienti culturali diversi, dalle università alle riviste culturali, alle case editrici. C’è, come ricercatrice, giornalista, editor e scrittrice, un’idea, un tema, un nucleo centrale che stai cercando di esprimere? Qualcosa che colleghi tutta la tua ricerca e tutte le tue diverse forme di scrittura.

Il modo in cui insegno e il modo in cui scrivo sono uniti dal fatto che sono una ruffiana. Voglio essere al servizio degli altri. Voglio sentirmi utile. Voglio fare piacere alle persone. Per questo mentre scrivo cerco di pensare ai miei lettori come a qualcuno che potrebbe beneficiare della lettura del mio lavoro. Voglio essere al loro servizio, anche se quella persona dovessi essere solo io. Amo insegnare per la stessa ragione. Amo il tempo che passo in classe perché è l’unico momento in cui uno scrittore può condividere qualcosa in modo immediato, faccia a faccia. Un libro è qualcosa che si consuma da soli, lontano da chi ha scritto. Ma in classe si è tutti insieme e lo scambio di idee è aperto, circolare, collaborativo. Probabilmente soffrirei di una seria depressione se non potessi anche insegnare.

 

 

[1] Serie televisiva americana della fine degli anni ottanta (1988-1993), nota in Italia come Blue Jeans.

[2] Espressione che si riferisce allo spostamento in massa di cittadini “bianchi”, appartenenti alla classe media, dai quartieri interni delle città alle aree rurali più esterne, a causa del peggioramento delle condizioni di vita e di sicurezza in ambito urbano.

[3] Fernando Pessoa, Livro do Desassossego, a cura di Jacinto do Prado Coelho, Maria Aliete Galhoz e Teresa Sobral Cunha, Editoras Ática, Lisbona 1982; Il libro dell’inquietudine di Bernardo Soares, traduzione di Maria José de Lancastre e Antonio Tabucchi, Feltrinelli, Milano 1986.

[4] Peter Altenberg, Telegrams of the Soul: selected prose of Peter Altenberg, traduzione di Peter Wortsman, Archipelago Books, New York 2005.

[5] Peter Handke, Das Gewicht der Welt. Ein Journal, Residenz Verlag, Salisburgo 1977; Il peso del mondo, traduzione di Raoul Precht, Guanda, Milano 1981.

[6] Enrique Vila-Matas, Bartleby y compañía, Editorial Anagrama, Barcellona 2000; Bartleby e compagnia, traduzione di Danilo Manera, Feltrinelli, Milano 2002.

[7] Valeria Luiselli, Los ingrávidos, Sexto Piso, Città del Messico 2011; Volti nella folla, traduzione di Elisa Tramontin, La Nuova Frontiera, Roma 2012.

[8] Jenny Offill, Dept. of Speculation, Alfred A. Knopf, New York 2014; Sembrava una felicità, traduzione di Francesca Novajra, NN Editore, Milano 2015.

[9] Leanne Shapton, Swimming Studies, Blue Rider Press, New York 2012.

[10] László Krasznahorkai, The World Goes On, Tuskar Rock Press, Londra 2017.

[11] László Krasznahorkai, The Manhattan Project, Sylph Editions, Londra 2017.

[12] Serie televisiva statunitense del 2015 che racconta la storia di una famiglia originaria di Taiwan che si trasferisce negli Stati Uniti. La serie è basata sul libro Fresh Off the Boat: A memoir di Eddie Huang (Spiegel & Grau, New York 2013).

 

L’illustrazione è stata realizzata da Veronica Leffe per Grafias.

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