di Pierre Assouline, “La République des livres”, traduzione di Alvise Masto.
(Revisione e note di un correttore consapevolmente affetto da turbe psichiche*)

 

Bisognerà essere indulgenti con gli strafalcioni, gli errori, le trascuratezze, le ripetizioni e i refusi[1] di queste note. Sarà l’emozione, probabilmente; la compassione, di sicuro. Il fatto è che i correttori sono affetti da un male: la depressione del correttore. La quale dura già da diversi anni e non accenna a migliorare. Il loro mestiere tende a scomparire, le condizioni in cui viene esercitato sono sempre più precarie (undici euro netti l’ora a domicilio) e a loro viene chiesto di lavorare sempre più rapidamente, a detrimento della qualità…

Un articolo apparso sull’ultimo numero della “Revue des deux mondes” illustra la situazione sotto il titolo di Nevrosi di un correttore. L’autore, Jacques Goulet, ha collaborato a lungo al “Bulletin officiel des annonces civiles et commerciales”, alla “Gazette de l’hotêl Drouot[2]”, prima di dedicarsi alla riedizione di La mort sara di Robert Jaulin; scrive per “Le Monde”, “L’Auvergnat de Paris” e soprattutto per l’Encyclopaedia universalis (e, a scanso di equivoci, non è un cugino di Wikipedia).

Ah, l’Encyclope e le sue paperolles, a quante ha ridato veste in forma di libro sotto l’occhio implacabile di Jacques Bersani[3]!

Quante ne ha dovuto mondare dai refusi[4] in seminterrati affumicati che non avevano nulla da invidiare a La Cantina di Thomas Bernhard!

Dovette persino occuparsi di correggere le bozze del “Présent”, quotidiano di estrema destra, il che comportava più di qualche questione di coscienza, alle prese con redattori che non potevano evitare di fare riferimento tra virgolette alla qualifica d’“israelita” per numerose personalità, o di precisare fra parentesi che Jack Lang era “il fratello di un assassino” ogni qualvolta lo menzionavano. Per due anni, il correttore e i suoi compagni della CGT[5], sopportarono la cosa a condizione di non aver nessun contatto diretto con i redattori del “Présent”. Questioni di coscienza professionale!

François Brigneau, che firmava con lo pseudonimo Mathilde Cruz i suoi articoli sulla televisione, non ha mai saputo che, quando dimenticava di riferirsi a sé stesso al femminile, nelle sue filippiche contro la volgarità del piccolo schermo, il correttore, nell’ombra, rettificava e concordava…

Allora, perché una nevrosi, signor dottore, se si tratta evidentemente solo di pignolerie (ricordiamoci di Antoine Doinel ne L’Amore fugge[6])? Perché la rilettura di testi altrui prima della pubblicazione rientrerebbe nell’ambito della “lettura angosciosa”, che non è propria delle persone comuni. Secondo gli specialisti, e in particolar modo secondo Sophie Brissaud, essa si manifesta attraverso diversi sintomi: manie di persecuzione, fatalismo, ironica disillusione, cura maniacale del dettaglio… Quest’ultimo soprattutto sembra essere il disturbo più diffuso.

Illustrazione di Leo Jung

Illustrazione di Leo Jung

Poi bisogna distinguere tra i correttori di giornali e quelli di libri. Tra quelli che lavorano per i caporedattori e quelli che sudano sette camicie per gli editori. Per gli uni come per gli altri, la grammatica, insieme a un minimo di buon senso, deve mettersi al servizio del significato, anche se si appartiene alla famosa corrente anarchica del sindacato dei correttori. Di tutti i forzati alla catena del libro (ah, orribile espressione!), essi sono i più discreti, anonimi e invisibili. Ancor più dei traduttori. Si pongono dilemmi metafisici che l’uomo della strada non sospetta neanche. Tanto meno chi ignora che “qualche” resta singolare malgrado le innumerevoli cose che può designare quando è sinonimo di “un certo numero”.

 

“È preferibile lasciare un errore che la maggior parte dei lettori non considererebbe tale o è meglio fare una correzione che verrebbe a torto percepita da molti come un errore?”.

Grandezza e schiavitù del correzionare (tranquilli, l’espressione è corretta, benché il mio computer la sottolinei in rosso: si tratta soltanto della messa in atto della correzione)[7].

A seconda dei casi, i correttori sistemano l’impaginato e correggono le bozze. Sono in rapporto diretto con il manoscritto, e poi con il suo autore. E per trovare il giusto equilibrio tra le imprecisioni che arricchiscono la lingua, le licenze poetiche e tutto il resto, essi devono dimostrare una grande capacità di negoziazione, poiché l’autore è generalmente dotato delle loro stesse turbe psichiche (si riveda sopra), con in più una suscettibilità pari solo al proprio ego. Ne conosciamo alcuni che se dimenticano uno spazio unificatore[8] passano la notte in bianco. Detto ciò, le condizioni sono divenute tali che tanti libri si presentano zeppi di errori o di refusi; questo lassismo, le cui uniche ragioni sono di ordine economico, potrebbe addirittura passare come il tratto distintivo di alcuni editori, comprese le grandi case editrici… (non Gallimard però, la quale, lo posso testimoniare, è da questo punto di vista irreprensibile). Benché alla fine sia comunque inevitabile continuare a trovare refusi anche dopo innumerevoli riletture.

Il gallerista Daniel-Henri Kahnweiler, storico mercante d’arte dei cubisti, aveva messo in piedi una piccola casa editrice nella sua galleria, poco prima dello scoppio della Prima guerra mondiale. Lì ha pubblicato i primi libri di Max Jacob, Apollinaire, Malraux… Dei piccoli libri dalla cura raffinatissima. E quando venne il momento di definire le copertine, disegnò due conchiglie: «Perché ogni buon libro ne contiene almeno due: allora tanto vale metterli[9] subito in copertina e non pensarci più!» disse.

Di passaggio, nell’articolo un po’ nostalgico di Jacques Goulet si fanno notare alcune parole dimenticate, appartenenti all’argot di un mestiere che forse un giorno non sarà altro che un ricordo, quando un algoritmo diverrà abbastanza sofisticato da rendere ancora più intelligente e intuitivo il correttore automatico nel nostro computer. (Per ora molti hanno trovato il modo di accontentarsi del programma ProLexis). Belle parole come “cassetin”, per indicare la scrivania dei correttori di bozze in una tipografia (che dà quasi l’impressione di trovarsi in un romanzo di Balzac), o “enchouter” per dire che bisogna accelerare i ritmi quando il lavoro si ammassa nei cestelli portadocumenti. Senza dimenticare i morasses che, esse [sic], non distinguevano il paese legale dal paese reale…[10]

Faremo bene ad ammetterlo: il correttore è colui sul quale ci si adagia pensando che saprà rimediare in un secondo momento alla nostra ignoranza. In questo senso, ci aiuta involontariamente durante il processo di scrittura sollevandoci dai dubbi immediati, permettendoci di trasferire su di lui la nostra angoscia.

E allora, è nevrotico o no questo correttore? Sicuramente. Ma, parola di scrittore e giornalista, senza di lui, senza le sue manie e i suoi difetti, ci renderemmo ridicoli dieci volte di più. E, parola anche di blogger: mi accorgo di aver dimenticato di rendere omaggio a PMB, un professionista nel campo della correzione ora in pensione che, anno dopo anno, mi ha gentilmente e spontaneamente inviato via email le sue correzioni dei miei articoli. Grazie!

*A cura di Pasquale Donnarumma

 

[1] In francese, per indicare un refuso si ricorre alla parola coquille, ovvero conchiglia, così come, per definire l’atto della correzione dai refusi, viene usato il verbo décoquiller, che letteralmente significa togliere i molluschi dal guscio. (Per quanto riguarda l’italiano, l’unico termine ugualmente polisemico che per analogia rientra nell’area semantica di coquille, benché nell’uso non segnali direttamente il refuso, ma più propriamente uno sfondone o un errore alquanto marchiano, è non a caso lo stesso che denomina la più rara e preziosa concrezione dei molluschi conchiferi, ovvero: perla; come cita la Treccani: “errore grossolano sfuggito nel parlare o nello scrivere”). Pierre Assouline ricorrerà più volte all’espressione coquille in questo brano, e non raramente con un preciso intento ironico.

[2] L’Hotêl Drouot è una prestigiosa casa d’aste francese.

[3] Lo stile di Pierre Assouline, come sarà già chiaro, si connota per la peculiare causticità, accompagnata da un non meno elevato spessore erudito, sapientemente dissimulato. Nel nostro caso, l’Encyclope è il prodotto di un ircocervo dal lampante intento umoristico, a cui lo scrittore ricorre per paragonare il già citato Jacques Goulet (del quale ha appena smentito un possibile imparentamento con Wikipedia) a un ciclopico e infaticabile compilatore di enciclopedie: un ciclope enciclopedista, per l’appunto. Ma Assouline non si limita a questo. Un secondo riferimento viene fatto alle famose carte preparatorie di Marcel Proust, note con il nome di paperolles: come narrano le cronache, Céleste, la premurosa governante di Proust, quando i fogli sui quali lo scrittore stendeva e ampliava le versioni dei propri scritti cominciavano a essere colmi di glosse e aggiunte in ogni spazio bianco, aveva preso l’abitudine di incollare ai loro margini, per poi ripiegarli, ulteriori fogli o lembi di carta vergini, sui quali la composizione potesse essere ripresa senza soluzione di continuità. Da qui la particolare veste dei manoscritti proustiani e il conseguente appellativo. Ultimo riferimento che ricorre in questo breve paragrafo è quello rivolto a Jacques Bersani, studioso di letteratura francese ed esperto proustiano, anch’egli enciclopedista in quanto direttore editoriale della seconda edizione della succitata Encyclopaedia universalis.

[4] Décoquiller, a cui si è già fatto riferimento in precedenza, viene qui reso col verbo mondare, che indica allo stesso tempo sia l’atto del ripulire (dagli errori) che quello della mondatura (da un guscio).

[5] Confédération générale du travail, la più importante organizzazione sindacale di Francia.

[6] Film di François Truffaut.

[7] Per rendere il corrigeage, cui Assouline ricorre per far riferimento all’atto con il quale la correzione, da mera soluzione virtuale, diviene applicazione al testo, abbiamo incrociato il sostantivo correzione, che ha già in sé il senso tanto della proposta quanto dell’atto del correggere, con il verbo modificare, da cui correzionare.

[8] Nei programmi di videoscrittura, lo “spazio unificatore” è il comando che permette di mantenere su un’unica riga più parole che si vuole evitare si separino con l’andata a capo.

[9] Si legga in merito la nota 1.

[10] Ancora una volta, l’intento di Assouline, nel giocare con il sostantivo femminile morasse, lasciandone intendere un riferimento di senso tanto al femminile quanto al maschile, è non meno mirato e colto dei precedenti. La morasse infatti è l’ultimissima bozza che viene rapidamente verificata prima di essere licenziata per la stampa con l’apposizione del “vu: bon à tirer”, il nostro “visto, si stampi”. Allo stesso tempo, i morasse (i maurrassiani) sono stati i seguaci del movimento monarchico e nazionalista francese (da cui il riferimento all’oltranzistica sovrapposizione fra paese reale e paese legale) dell’Action Française, fondato da Charles Maurras (1868-1952). Dal cui seno nacque il quotidiano “L’Action française” di cui Maurras fu ideatore e direttore (e pertanto ultimo responsabile dell’autorizzazione alla stampa delle morasses del suo giornale).

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