di Chinelo Onwualu, “Omenana”, traduzione di Marella Fasano.

 

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Masai Cyborg © Rodrigo Galdino

Ho trascorso le ultime settimane ad arrovellarmi su un’insolita domanda: la fantascienza africana ha influenzato la tecnologia e la progettazione industriale africane? La risposta è: beh, sì e no.

Scienza e fantascienza sono sempre state legate, e ciò vale anche per l’Africa. Il problema è che l’innovazione scientifica e la fantascienza africane non sono ancora sufficientemente presenti nel cinema e nella letteratura per poter dire quanto di preciso si influenzino a vicenda. E per diverse ragioni comuni.

Per cominciare, manca una terminologia per definire chiaramente tanto la fantascienza quanto l’innovazione scientifica africane.

La narrativa speculativa gode di una lunga tradizione in questo continente. Tuttavia, nessuno è stato ancora in grado di dare un nome preciso a questo tipo di storie.

C’è senza dubbio una bella differenza tra la narrativa speculativa scritta da chi ha investito nell’Africa e nel suo futuro e quella semplicemente ambientata in Africa – nella quale il continente fa da scenografia esotica o da mero sfondo.

È la differenza che corre tra Le miniere di re Salomone di H. Rider Haggard[1], sugli avventurieri europei in Namibia nel 1885, e Il bevitore di vino di palma di Amos Tutuola[2], che negli anni quaranta riscrisse fiabe e leggende popolari Yoruba.

haggardTuttavia, come osserva lo studioso Mark Bould, il termine “fantascienza africana” rischia di omogeneizzare un continente multiforme e di relegare queste narrazioni in una sottocategoria esotica del genere fantascientifico, così come è inteso nella sua forma più occidentale e “normalizzata”.

Anche Nnedi Okorafor, scrittrice di fantascienza nigeriano-americana, diffida del termine. “Se ho una definizione per la fantascienza africana?” ha scritto in un saggio del 2010. “Non ce l’ho. La riconosco quando la vedo”[3].

D’altro canto, non si sa nemmeno cosa sia di preciso l’innovazione scientifica africana.

Si è fatto un gran parlare del crescente numero di giovani africani all’avanguardia nella creazione di tutuola2ingegnose applicazioni per il web e la telefonia mobile. In un articolo di “OkayAfrica”, l’attivista anglo-africano Toyin Agbetu ha elogiato tali innovatori affermando:

“I giovani geek che si sono riuniti attorno allo spazio iHub di Nairobi e all’istituto mest di Accra hanno cominciato a smuovere l’idea che si ha dell’Africa, che da vittima è diventata così padrona della tecnologia”[4].

Ma questo interesse verso i centri tecnologici urbani, quelli che un articolo ha soprannominato la “Silicon Savannah”, ignora quelle forme di innovazione più silenziose che si manifestano quando gli africani mixano e riadattano tecnologie già esistenti.

Ad esempio, le quattro ragazze nigeriane che hanno trovato il modo per alimentare un generatore con l’urina o il giovane malawiano che ha costruito alcune turbine eoliche con pezzi di ricambio rappresentano effettivamente l’avanguardia della lunga storia dell’innovazione africana, ma troppo spesso questi vengono celebrati come casi isolati spuntati fuori dall’oscurità e in maniera del tutto improbabile.

Come ha giustamente osservato Agbetu, per l’africano medio l’automazione non equivale al progresso. Coloro che hanno visto progetti su vasta scala, come le dighe idroelettriche, arenarsi e fallire a causa della corruzione, della qualità scadente delle costruzioni e della manutenzione inadeguata, tendono a vedere l’automazione con sospetto. Temono che possa portare con sé processi di estrazione selvaggia dei minerali e sfruttamento.

Un altro problema è che tanto la fantascienza quanto l’innovazione tecnologica africane risentono della mancanza di supporto infrastrutturale.

pacesetters-2 (1)Ad esempio, solo ora l’editoria nigeriana sta cominciando a risorgere dalle ceneri della crisi economica degli anni ottanta. Durante l’epoca d’oro del settore, i libri come quelli della collana Pacesetters[5] comprendevano racconti ambientati in passati alternativi e futuri radiosi. Il mio preferito rimane un thriller high tech dal titolo Mark of the Cobra di Valentine Alily, che racconta di una spia in stile James Bond al servizio dei servizi segreti nigeriani e nel quale compare una superarma che funziona a energia solare.

Al giorno d’oggi, tuttavia, il basso tasso di alfabetizzazione e l’elevato costo dei libri si traducono spesso in una scarsa domanda di letteratura.

Nonostante l’acquisto di libri di basso costo importati e la visione di blockbuster fantascientifici hollywoodiani da parte del pubblico dei consumatori non faccia che confermare l’enorme popolarità del genere fantascientifico, molti editori preferiscono ancora concentrarsi sulle vendite che assicurano i libri di argomento religioso e manuali.

L’innovazione scientifica ha lo stesso problema. Secondo un articolo pubblicato dal “Guardian” nel 2016, l’Africa produce solo l’1,1% del sapere scientifico globale[6]. Questo accade semplicemente perché, come ha commentato Benjamin Geer, sociologo dell’università di Basilea e studioso del mondo africano, la fantascienza è meno efficace nell’incoraggiare l’innovazione scientifica di quanto possano esserlo i finanziamenti alla ricerca.

“Se volete che i giovani diventino scienziati, bisogna offrire loro corsi di laurea ben finanziati e opportunità professionali” scriveva in risposta a un articolo del 2010 sul futuro della fantascienza africana. “Questo significa che gli stati devono investire fortemente nell’istruzione e nella ricerca scientifica”.

Probabilmente, il più grande problema che accomuna l’innovazione scientifica e la fantascienza africana è che esse spesso non vengono riconosciute per quello che sono.

Come ho detto, è da tempo ormai che gli africani producono la loro fantascienza; solo che spesso queste storie non presentano gli elementi tipici del genere.

Ad esempio, due testi iconici della narrativa speculativa africana, il romanzo del 1991 di Ben benokriOkri La via della fame[7] e Wizard of the Crow[8] scritto da Ngugi wa Thiong’o nel 2006 trattano entrambi di magia e spiriti, ma nessuno dei due si occupa direttamente di tecnologia.

La prolifica industria cinematografica nigeriana, Nollywood, la terza per grandezza al mondo, propone molto spesso storie di magia, di incontri sovrannaturali e metamorfosi.

Ma il pragmatismo con cui tali tematiche sono trattate rende tuttavia evidente come il più delle volte esse siano liquidate con troppa superficialità e non gli sia riconosciuta legittimità di carattere fantascientifico.

ngL’elemento magico, il surrealismo, la poetica dell’astratto sono infatti aspetti fondamentali della fantascienza africana. E questo perché, come spiegava lo scrittore ghanese Johnathan Dotse in un articolo del 2010, gli africani hanno un rapporto con la tecnologia essenzialmente diverso da quello degli occidentali.

“La visione generalmente ottimistica del progresso tecnologico che è alla base della fantascienza tradizionale semplicemente non trova riscontro in gran parte dell’esperienza del paese”, scrive Dotse.

Solo di recente – più o meno nell’ultimo decennio – si è verificata una vera e propria ondata di letteratura fantascientifica scritta da africani e indirizzata principalmente a un pubblico africano. Tuttavia, gran parte di questa produzione non tratta dei meccanismi dell’innovazione scientifica.

Le storie tendono a focalizzarsi sui costi sociali del progresso. Due recenti antologie di fantascienza africana, la AfroSF[9], curata dallo scrittore zimbabwano Ivor W. Hartmann, e la Lagos_2060[10], curata dal nigeriano Ayodele Arigbabu, hanno raccolto un’ampia tipologia di afrosfracconti che potrebbe tranquillamente rientrare sotto la definizione di narrativa speculativa, anche se in essa non sono presenti certo quel genere di esplorazioni delle hard science tipico della produzione di scrittori come Isaac Asimov e Larry Niven.

Ciò ha portato alcuni a supporre che in questo momento sia più la tecnologia a influenzare la fantascienza africana che non il contrario.

Nel novembre del 2015, nel corso di una serie di chat tematiche tenute sui social, lo scrittore e studioso di fantascienza Geoffrey Ryman ha osservato come in Africa gli scrittori di fantascienza tendano ad avere delle intuizioni che si rivelano grandiose per i loro racconti, ma non necessariamente per l’innovazione scientifica.

“È la tecnologia a contribuire alla fantascienza, non il contrario”, scrive Ryman.

lagos_2060“Persino l’idea del satellite geostazionario di Arthur C. Clarke è apparsa per la prima volta in un articolo nel quale lo scrittore affrontava FATTI scientifici. A volte la fantascienza può incoraggiare l’interesse scientifico tra giovani e successivamente arrivare anche a dare anche i suoi frutti. Ma è da ingenui tentare di giustificare la fantascienza su questa base. Si tratta di letteratura, di una forma di intrattenimento, ed è QUESTO che la giustifica”.

Lo scrittore e ingegnere nigeriano Wole Talabi nutre tuttavia la speranza che un giorno l’attuale relazione a senso unico possa trovare un suo equilibrio. In un recente saggio, egli mostra come spesso l’influenza esercitata dalla fantascienza possa impiegare anche 15 o 20 anni per manifestarsi nell’innovazione scientifica.

“Per poter iniziare a creare il futuro bisogna prima immaginarlo” [11], scrive Talabi.

Lo scrittore Biram Mboob crede che questa influenza vada ben oltre la semplice possibilità di generare nuove idee. La fantascienza africana potrebbe davvero cambiare il cammino degli uomini verso il futuro.

“Potrei dire che la fantascienza ‘rafforzerà’ o forse metterà alla prova la nostra ‘visione’ del futuro”, ha scritto l’anno scorso durante una chat su Facebook.

Devo ammettere di essere d’accordo. Nel corso degli ultimi cinque anni, durante i quali ho lavorato come scrittrice e curatrice di opere di fantascienza africana, ho notato un crescente ottimismo. Gli africani cominciano ad abbandonare la loro fondata diffidenza e la loro sfiducia verso le innovazioni su larga scala. Sempre più scrittori africani immaginano straordinari mondi utopici – nei quali i loro paesi e le loro città vengono resi migliori dalla tecnologia, che collabora con le società anziché distruggerle.

omenana_cover_2Ad esempio, in un numero di “Omenana” di qualche tempo fa, al quale ho collaborato come co-editor, 10 tra scrittori e artisti hanno condiviso le loro visioni sulle città africane del futuro. Quasi tutte esprimevano idee di speranza e di apertura alle nuove opportunità. Ma più di ogni altra cosa, credo che a ispirare gli inventori del futuro sia quel punto nel quale l’incontro tra scienza e fantascienza africana si fa più chiaro ed evidente.

“Ispirazione e idee circolano in entrambi i sensi”, ha scritto Talabi in una chat su Facebook. “Ma affinché ciò possa avvenire c’è bisogno di una massa critica in cui confluiscano tecnologia, industria, divulgazione scientifica, creatori di sci-fi, editori e fandom organizzati prima di poter iniziare a vedere o a quantificarne l’impatto”.

 

 

 

[1] Henry Rider Haggard, King Solomon’s Mines, Cassell and Company, Londra 1885. Il romanzo, la cui prima versione italiana è di non molto successiva all’originale: Le miniere di re Salomone. In Etiopia, traduzione di Nicola Giampietri Leoni, Tipografia della provincia, Roma 1896, con il trascorrere degli anni ha avuto diverse edizioni nel nostro paese e oggi è disponibile per i tipi della casa editrice Donzelli: Le miniere di re Salomone, traduzione di Valentina Daniele, Donzelli, Roma 2004.

[2] Amos Tutuola, The Palm-Wine Drinkard and His Dead Palm-Wine Tapster in the Dead’s Town, Faber and Faber, Londra 1952. The Palm-Wine Drinkard si affermò rapidamente come classico della letteratura africana, anche grazie all’immediato sostegno che Dylan Thomas riservò all’opera, dedicandogli già agli inizi di luglio del 1952 un’entusiastica recensione sull’“Observer”. Quanto al nostro paese, il romanzo “segna l’inizio della diffusione in Italia della letteratura africana anglofona”, come ricorda anche Rosella Clavari in questo approfondito profilo dell’opera. La prima edizione italiana, per i tipi dell’editore Bocca di Roma, segue di soli due anni la prima stampa: Il bevitore di vino di palma, traduzione di Adriana Motta, Bocca, Roma 1954; il titolo, nella medesima traduzione del ’54, transita poi nel catalogo dell’editore Feltrinelli, che ripubblicò il romanzo nel 1961. Ristampato per ultimo dall’editore Fabbri nel 1998, il volume è oggi reperibile solo sul mercato dell’usato. Mentre, presso l’editore Adelphi, è oggi disponibile il secondo libro dell’autore, pubblicato nel 1954: La mia vita nel bosco degli spiriti, traduzione di Adriana Motti, Adelphi, Milano 1983 e successive ristampe.

[3] Nnedi Okorafor, Can You Define African Science Fiction?, “SFWA. Science Fiction and Fantasy Writers of America”, Enfield (Connecticut) 16.III.2010.

[4] Le parole di Toyin Agbetu sono raccolte nell’articolo di Curt Hopkins, African Sci-Fi ≠ Western Sci-Fi, “OkayAfrica”, New York- Johannesburg 19.III.2013.

[5] La Pacesetters fu una fortunata collana di tascabili economici, che raccoglieva opere di autori africani destinate al pubblico africano. Schietto prodotto della letteratura di consumo africana, i Pacesetters disegnano un vasto arco letterario popolare che va da romanzi di più facile presa sul pubblico, a cominciare da quelli del genere “romance and crime”, a storie che affrontano problemi sociali e di sviluppo nella contemporanea realtà africana. Pubblicata a cominciare dal 1977 dall’editore londinese Macmillan, la collana raggiunse il suo massimo successo negli anni ottanta, per poi concludere la propria esperienza editoriale alla fine dello stesso decennio. L’ultimo titolo ad andare in stampa è stato Zero Hour dello scrittore tanzaniano Ben R. Mtobwa (Bernard Rashid Mtobwa). Sul sito http://www.pacesetternovels.com/ si può ancora oggi consultare il catalogo dei Pacesetters e acquistarne i titoli disponibili.

[6] Tom Kariuki, Africa produces just 1.1% of global scientific knowledge – but change is coming, “The Guardian”, Londra 26.X.2015.

[7] Ben Okri, The Famished Road, Jonathan Cape, Londra 1991; La via della fame, traduzione di Susanna Basso, Bompiani, Milano 1992. Nello stesso 1991, furono assegnati a Okri per La via della fame il Man Booker Prize, l’Aga Kahn Prize for Fiction e il Premio Grinzane Cavour.

[8] Ngugi wa Thiong’o, Wizard of the Crow, Harvill Secker, Londra 2006.

[9] AA. VV., AfroSF. Science Fiction by African Writers, a cura di Ivor W. Hartmann, StoryTime, Sudafrica [sic] 2012.

[10] AA. VV., Lagos_2060, a cura di Ayodele Arigbabu, Design And Dream Arts, Lagos (Nigeria) 2013.

[11] Wole Talabi, Why Africa Needs To Create More Science Fiction, “Omenana”, Lagos (Nigeria) 25.III.2016.

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