Il seguente testo riproduce l’intervento tenuto da Miquel Rayó in occasione del Festival Iberoamericano de literatura infanti y juvenil (Casa de América, Madrid, 9 ottobre 2014).

di Miquel Rayó i Ferrer, “Revista Babar”, traduzione di Francesca Lenti.

 

Non c’è niente di più incivile di ciò a cui può spingere una lettura fanatica della Torah, della Bibbia o del Corano, a meno che non accettiamo che i segni dell’inciviltà – l’aggressione ingiustificata, lo stupro, l’omicidio, la pianificazione di stermini, la corruzione, l’ipocrisia, la tortura, i coltelli dei tagliagole, le bombe a grappolo, la chimica applicata alla produzione di gas letali, i droni assassini… – non siano altro che componenti e prodotti necessari o collaterali della civilizzazione (con la lettera minuscola), come potrebbero esserlo un sonetto, il blues, una pizza, uno smartphone o un vaccino. Soltanto il suo lato oscuro.

Aggiungiamo immediatamente un aggettivo a “lettura” e parliamo di “lettura libera”. Quel tipo di lettura che di solito i sistemi politici organizzati, nei quali l’idea di civiltà si incarna in modo molto diverso, non incoraggiano, con tutte le conseguenze del caso. Lettura in libertà… Questa sì che, forse, ci rende più civili. Non meno della matematica o della musica, anche questi linguaggi preziosi.

Aggredire è naturale, oltre che utile dal punto di vista evolutivo, fa infatti parte del processo di adattamento o almeno è stato così a suo tempo; non è naturale – nel senso di civile – aggredire con violenza e per piacere, spinti da una fede intollerante, per desideri e ambizioni disoneste, o per perversione. Siamo animali nel senso più positivo della parola. Animali evoluti, come la formica, la rana pescatrice, il gorilla o il falco della regina, che proprio adesso, letteralmente in questo istante, è a caccia dei piccoli uccelli migratori che raggiungono esausti, dopo aver attraversato il mare, le scogliere dell’isola dove vivo.

Leggere ci civilizza? Chi lo sa? Civilizzato è ciò che viene innanzitutto narrato, poi scritto e infine letto? Sono convinto che gli uomini di Neanderthal sapessero raccontare. La loro cultura, cosa per me indubitabile, costituiva una civiltà? Cosa darei per ascoltare e comprendere i loro racconti! Inoltre, come C.S. Lewis, anche a me “dispiace che gli animali non possano scrivere libri: mi piacerebbe sapere come si presentano le cose agli occhi di un topo o di un’ape, percepire il mondo olfattivo carico di tutte le informazioni e le emozioni che può avere un cane”[1]. Immaginate il racconto del viaggio migratorio del falco della regina, da Maiorca al Madagascar, passando per il Ciad all’andata e, al ritorno, per il canale di Suez!

Non dubitate della nostra animalità. Dubitate, io lo faccio, della nostra civiltà (o civilicità)[2]. Sono sconcertato dal fatto che l’uomo sia in grado di ideare musiche magnifiche attraverso la mente di Johann Sebastian Bach o di Miles Davis, e di immaginare, attraverso la mente di non so quale spregevole individuo, una camera a gas. Maledetta immaginazione di esseri superiori! Maledetto linguaggio simbolico, così umano! Maledetto alfabeto, così rigorosamente civilizzato!

Hitler durante l’infanzia lesse i romanzi di Karl May. Anche io li ho letti. A lui servirono – come direbbe Woody Allen – per invadere la Polonia, e a me per continuare a leggere e, più avanti, per provare a scrivere, cosa forse ugualmente assurda, anche se molto meno dannosa. Molti altri fattori intervengono nel processo di civilizzazione, oltre alla lettura… Non carichiamola pertanto di troppa responsabilità etica.

Sono quello che ho letto e, insieme alla mia biblioteca personale, sarò anche quello che leggerò d’ora in avanti, se mi sarà possibile farlo. Sono come sono a causa di Karl May, di Verne, di Salgari, di Tarzan e di Flash Gordon, e anche a causa di Antoni Maria Alcover e delle sue Rondaies Mallorquines d’En Jordi des Racó[3], una raccolta di storie popolari narrate e scritte nella lingua catalana di Maiorca. Il fatto che quest’opera risulti del tutto assente nei programmi obbligatori delle facoltà di lettere della Spagna può essere giustificato solo dall’enorme piacere che si trae dalla sua lettura in lingua originale. Nel mio caso è stata mia madre a leggermi quei racconti, e a causa di quei racconti io sono come sono. E la colpa è mia, non di mia madre.

Un impareggiabile maiorchino, Ramon Llull, nel tredicesimo secolo disse, proprio in lingua catalana: “Se in qualsiasi arte o scienza vuoi addentrarti, innanzitutto devi passare per questa arte della grammatica, che è la porta che introduce l’uomo a conoscere le altre scienze”, (Doctrina Pueril, “De les VII Arts. De gramatica, logica, rethorica”)[4]. Come per riflesso condizionato – ricordate che sono pur sempre un animale, anche se ammaestrato – salto a un altro angolo del Mediterraneo e cito, inevitabilmente, l’arcinota e sempre valida rivendicazione di Gianni Rodari: “vorrei che tutti leggessero, non per diventare letterati o poeti, ma perché nessuno sia schiavo”.

Permettetemi di porre un’altra domanda: secondo voi, che siete sicuramente eccellenti lettori e lettrici, cosa ha maggior valore letterario: la lunga, tenace e indubbiamente febbrile dedizione di un narratore a recuperare il tempo vissuto in un affascinante flusso di parole, per ricordarci che siamo solo memoria e che alla fine spariremo scivolando in un buco, o il breve e schietto, sottilissimo, quasi impercettibile presentimento che ci dice che presto smetteremo di essere bambini, e che di conseguenza dimenticheremo, tra le altre cose, l’amore senza compromessi che abbiamo provato per un giocattolo? Ora non ho intenzione di turbarvi né di lasciarvi insonni stanotte, però a questo proposito calza a pennello ciò che diceva Michel Tournier: “L’infanzia ci è data come un caos scottante, e durante tutto il resto della vita non ci rimane abbastanza tempo per tentare di mettervi ordine e di darcene spiegazione”[5]. La faccenda è seria.

Non ha senso scegliere tra le pene nevrotiche di Marcel e la candida semplicità di Winnie the Pooh. La letteratura ci offre, meravigliosa e con altrettanto meravigliosa serenità civilizzatrice, entrambe le cose, se siamo capaci di leggerle liberamente, e se qualcuno, altrettanto liberamente, è stato in grado di scriverle, e se altri “qualcuno”, altrettanto liberi, sono abbastanza abili da metterle a nostra disposizione, per lo meno la seconda, e nelle nostre mani. Grazie a queste due letture, e a molte altre, possiamo credere in un mondo privo di quel carico afflizione che il “lato oscuro” della civiltà dispensa a piene mani: l’odio, la morte, la guerra, l’oppressione, l’ingiustizia

Eduardo Jordá, anche lui maiorchino, afferma che “leggiamo per immaginare un mondo in cui non possano accadere queste cose. E nel quale se succedono una volta, non capitino mai più. O, meglio ancora, almeno per convincerci che esse non possano più accadere”[6]. E già che ci siamo, ne approfitto per dire che un altro maiorchino, il disegnatore Pere Joan, nelle recenti Converses Literàries di Formentor, ha ribadito che l’arte, e pertanto la letteratura, offre la possibilità redentrice di descrivere e condividere i nostri rari e brevi momenti di felicità. Fateci caso, vi prego: possibilità redentrice. Per chi? Per l’artista e per colui che si pone come ricettore sensibile della sua opera. Ripeto: sensibile.

Jiri-Sliva

Jiri Sliva

Suppongo che la civiltà consista nella condivisione della felicità – anche attraverso la descrizione dell’orrore, enorme paradosso! Può darsi che in realtà ora io stia parlando di compassione, perché non so se riesco a credere in una letteratura di denuncia o in una letteratura rivoluzionaria… Un altro maiorchino, che di sicuro vi è sconosciuto mentre per me è, senza dubbio, uno dei più singolari poeti europei contemporanei, dice che: “Se una poesia mostra un cammino, un piccolo cammino, possibilmente fa abbastanza”[7]. Mostrare agli altri sentieri di compassione, questo può essere fonte di civiltà.

Non pensate che questa pioggia di citazioni sia (soltanto) una forma di petulanza. Ne ho bisogno per placare la mia perplessità davanti all’idea di civiltà, alle sue contraddizioni e alla sua enormità, che mi sovrasta. Larry Niven lo fa dire a un extraterrestre nella sua saga I burattinai[8]: «La civiltà tende a oltrepassarsi».

Uomo di sole e di mare, nato nel vecchio e chiuso mondo di Odisseo, sento il bisogno di aggrapparmi ancora all’interpretazione molto semplice di una massima classica: «L’uomo è la misura di tutte le cose». Al cospetto degli eccessi della Civiltà, adesso sì con la maiuscola, mi sento come potrebbe sentirsi una formica. Il che non è poco. Non crediate. Di minuscole formiche parla questa bella, civilissima poesia di Kobayashi Issa: «In fila indiana/le formiche ritornano/dalle nuvole».

Questa immagine potente di una sottile e inquieta colonna di formiche che scende dalle nuvole mi sembra uno splendido inizio di un racconto per indirizzare i bambini alla civiltà. Vedo sbucare da un imponente e tetro cumulonembo, o solo da un modesto cirrostrato, la frenesia di migliaia di zampette articolate, vedo una marea di antennine pelose e tremanti… Proverò a scriverlo come ogni racconto meriterebbe di essere scritto: con cura, in modo libero e compassionevolmente.

 

 

 

 

[1] Clive Staples Lewis, An Experiment in Criticism, Cambridge University Press, Cambridge 1961; Lettori e letture. Un esperimento di critica, traduzione di Carlo M. Bajetta, Vita e Pensiero, Milano 1997.

[2] Nel testo originale: “civilicidad”.

[3] Antoni Maria Alcover, Aplec de Rondaies Mallorquines d’en Jordi d’es Racó, 24 volumi, Editorial Moll, Palma di Maiorca 1968-1975.

[4] Ramon Llull, Doctrina Pueril, traduzione di Anna Baggiani Cases, Anna Maria Saludes i Amat, presentazione di Giuseppe Flores d’Arcais, Giardini editori e stampatori in Pisa, Pisa 2003.

[5] Michel Tournier, Le vent paraclet, Gallimard, Parigi 1977; Il vento Paracleto, traduzione di Stella Gargantini e Oreste del Buono, Garzanti, Milano 1995.

[6]  Eduardo Jordá, Lo que tiene alas. De Gógol a Raymond Carver, Fundación José Manuel Lara, Siviglia 2014.

[7] Bartomeu Fiol, Entre Cavorques i Albió. Un dietari, Editorial Moll, Palma di Maiorca 2008.

[8] Larry Niven, Ringworld, Ballantine Books, New York 1970.  Burattinai nel cosmo, traduzione di Marisa Aureli, Dall’Oglio, Milano 1972; successivamente I Burattinai, traduzione di Marisa Aureli, Editrice Nord, Milano 1988.

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