di Alejandra Crespo Martínez, “Revista de Letras”, tradotto da Serena Talento.

 

“Delle mie composizioni giudicherà ciascuno come crede; quanto alle traduzioni, chi voglia farsene giudice, provi prima che significa tradurre buone poesie da una lingua straniera nella propria senza aggiungere né togliere un solo concetto poetico, conservando, quanto più è possibile, le immagini dell’originale e la loro grazia, e fare che parlino in castigliano, non come straniere e avventizie, ma come nate e vissute tra noi”, Fray Luis de León[1].

“Le parole non solo significano, evocano”, Álex Grijelmo[2].

 

Ogni giorno ci avviciniamo a un’infinità di testi differenti, per studiarli, perché fanno parte del nostro lavoro, o semplicemente per diletto; e una percentuale elevata di questi testi è costituita da traduzioni. Conosciamo perfettamente le opere di scrittori russi, danesi, giapponesi, arabi, cechi, polacchi o turchi, e le abbiamo lette – sorprendentemente – senza capire una sola parola delle lingue nelle quali sono state scritte. Questo è possibile grazie alle traduzioni, anche se raramente ci soffermiamo a pensare in che cosa consista quella che chiamo la difficile arte della traduzione.

Di cosa parliamo quando parliamo di traduzione? Tutto il mondo sa, o crede di sapere, cosa significhi tradurre. Apparentemente si tratta di qualcosa di ovvio: trasferire ciò che viene detto in una lingua in un’altra lingua. Questo processo presuppone che si comprenda alla perfezione ciò che viene detto nell’originale per poi trasferirlo fedelmente nella lingua di traduzione. In teoria, la fedeltà di questo trasferimento dovrebbe essere garantita dalla scelta del termine appropriato nella lingua di ricezione.

Se si pensa che l’unico scopo della traduzione sia riprodurre l’originale in un’altra lingua, allora la traduzione dovrebbe essere soltanto un aiuto, uno strumento per arrivare all’originale (a causa appunto della sua mancata comprensione) e la traduzione sarebbe tanto migliore quanto meno avesse da dire per proprio conto (l’ideale sarebbe che non dicesse proprio niente), quanto più lasciasse parlare solo l’originale. La traduzione è così ritenuta come un trans-porto – “portare al di là, attraverso”di qualcosa (il testo) che sarebbe già pienamente compiuto nell’originale e potrebbe essere trasferito senza alcuna alterazione nella lingua della traduzione, nella quale prenderebbe forma un nuovo testo che esprimerebbe esattamente la stessa cosa del testo di partenza. Ma è davvero così facile? È facile capire le parole con le loro sfumature e i loro significati, con i richiami semantici che si portano dietro, anche nella nostra stessa lingua?

ortegaLe espressioni del tipo una buona/cattiva traduzione, che utilizziamo con tanta frequenza, presuppongono la possibilità che esista un modello in relazione al quale qualunque traduzione possa essere qualificata come buona o cattiva, questione che, in teoria, dipenderà dalla maggiore o minore preparazione e abilità del traduttore, vale a dire, da questioni come la conoscenza che egli possiede della lingua di origine e di quella di destinazione, dalla sua capacità di cogliere e riprodurre nel nuovo testo le qualità estetiche dell’originale o, anche, dalla sua attenzione a non omettere per dimenticanza nessuna parola o frase. A questi problemi di natura pratica si può ovviare con una corretta formazione linguistica, letteraria ed estetica. Ma si può ottenere una buona traduzione solo con queste competenze?

In linea di principio, c’è da tenere in considerazione che, oltre a questi problemi meramente linguistici, il traduttore dovrà affrontarne altri molto importanti di tipo culturale, che sono assai più complessi perché non si risolvono consultando un dizionario o una grammatica ma richiedono risorse documentarie e la conoscenza della cultura di entrambe le civiltà, quella di produzione e quella di ricezione. La questione fondamentale sarà allora rintracciare espressioni equivalenti, che producano nel lettore della traduzione lo stesso effetto che l’autore intendeva provocare nei lettori ai quali era diretto il testo originale. Perciò, per realizzare una buona traduzione saranno necessarie alcune abilità pratiche e tecniche come, in primo luogo, possedere un’ampia conoscenza linguistica comparata di entrambe le lingue (essere quasi bilingue), così che la scelta del termine appropriato sarà la base su cui poggeranno non solo la buona trasmissione dei significati da una lingua all’altra, ma anche il suo effetto dal punto di vista estetico; in secondo luogo, una conoscenza puntuale del livello culturale e del contesto nel quale è stato prodotto l’originale, così come una grande dimestichezza a scrivere nella propria lingua e a leggere nella lingua dell’autore; in terzo luogo, sarà necessaria una certa conoscenza del tema trattato nel testo per non rischiare di inciampare in false interpretazioni.

Ma, pur rispondendo a queste condizioni, la traduzione presenta altri problemi complessi e rilevanti, poiché non consiste solo nell’esprimere uno stesso concetto con parole diverse, ma si tratta di pensare in una lingua ciò che è stato pensato in un’altra, e questo trascende il mero fatto linguistico per trasformarsi in una questione filosofica.

Teorie e dibattiti

I dibattiti riguardo alla traduzione non sono recenti; se ne trovano tracce sin dall’antichità classica, periodo nel quale si concentravano su due ipotesi, ovvero tradurre parola per parola, o tradurre le idee al servizio delle quali si sarebbero dovute porre le parole e le risorse della lingua di destinazione. Di conseguenza, secondo quanto detto, per quanto riguarda la traduzione (definita come la sostituzione di un testo in una lingua d’origine con l’equivalente in un’altra) si presentano due posizioni teoriche:

  1. La traduzione letterale, che cercherebbe di riprodurre il testo originale parola per parola senza tener conto di altre questioni. Questi testi non sono traduzioni bensì trascrizioni e si basano sulla convinzione, erronea, che possa esistere una corrispondenza esatta tra le lingue, tra un oggetto e la parola che lo rappresenta, tra ciò che il linguaggio dice e quello che intende comunicare.
  1. La traduzione libera, che consisterebbe nel riprodurre gli effetti dell’originale senza rispettarne la letteralità, ma mantenendo una certa fedeltà intenzionale.

Prima di procedere oltre, conviene precisare che un testo non è solo un insieme di parole e frasi, ma è il risultato della combinazione di fenomeni linguistici ed extralinguistici che formano un intreccio complesso in cui convergono molteplici fattori, ai quali bisogna aggiungere la figura del traduttore e tutto il suo mondo (nel senso più ampio: lo spazio-tempo in cui vive, le sue tradizioni, le sue credenze…).

Oggi prevale l’idea che la traduzione, lungi dall’essere una semplice trasformazione linguistica, sia il frutto di una negoziazione tra culture e tra differenti mentalità: una rotta di scambio interculturale. In questo senso, tradurre non consisterebbe nel cercare di trasmettere il testo e la cultura originali, ma nel veicolarli in un certo modo piuttosto che in un altro. Non è possibile tradurre e basta; si tratta sempre di un lavoro che viene svolto in una determinata società in un dato momento, avendo in mente un certo tipo di lettore, a partire da una precisa disposizione nei confronti della cultura e del testo originale, che sono specifici e contestualizzati, e con un’intenzione e uno scopo determinati. La traduzione non viene concepita nel vuoto; è radicata nel mondo e, di fatto, si esige che ne tenga conto.

Tradizionalmente, gli studiosi del fenomeno della traduzione si sono concentrati su due questioni principali: in primo luogo, il quesito riguardante se sia davvero possibile tradurre un testo; in secondo luogo – ammettendo dunque che sia possibile –, quale potrebbe essere il metodo idoneo per farlo o, ed è la stessa cosa, spiegare in che cosa consista tradurre.

Ortega_y_Gasset

Ortega, in Miseria e splendore della traduzione[3], esprime la sua opinione sull’argomento affermando che “tradurre è qualcosa che gli esseri umani semplicemente non possono fare”, e sostiene che sia un’utopia, sebbene riconosca che vi possa essere un avvicinamento maggiore o minore tra il testo originale e quello di destinazione; sarà maggiore in alcuni ambiti, come nelle scienze naturali ed esatte, e minore in altri come, ad esempio, la letteratura, nel quale il compito si complica notevolmente, dovendo aggiungere alla difficoltà della forma anche quella dello stile personale (pensiamo alla traduzione di un testo poetico, che ci impone di mantenere il ritmo o la rima che sono stati creati a partire da alcuni elementi linguistici specifici della lingua d’origine che possono non trovare un corrispettivo esatto nella lingua in cui dovranno essere tradotti).

Nella letteratura scientifica, è l’uomo che deve tradurre sé stesso da una lingua a una terminologia, non si tratta di un linguaggio naturale, la terminologia deriva dalla lingua, e questa, nella sua seconda traduzione alla lingua di destinazione, non ha alle spalle una tradizione né credenze o strutture di pensiero. La traduzione di testi tecnici, ad esempio, è relativamente semplice poiché la lingua utilizzata è, in gran parte, una lingua artificiale: è stata concordata e approvata tanto nel lessico quanto nelle regole; si tratta di una lingua molto lontana dal linguaggio naturale e, per questo, è priva di ambiguità, metafore, incertezze semantiche, imprecisioni, e non deve sottostare alle vicissitudini a cui deve rispondere un qualsiasi linguaggio naturale. In questo senso dobbiamo riconoscere, esattamente come Ortega, che è più facile tradurre alcuni testi piuttosto che altri, e che nei casi in cui sia impossibile trovare un’identità di termini e significati tra una lingua e l’altra l’unica soluzione è l’interpretazione, una maggiore o minore approssimazione all’originale che, d’altro canto, apre davanti al lavoro del traduttore un’illimitata possibilità di azione.

D’altra parte, sarebbe opportuno a questo punto domandarci che cosa intendiamo con “testo originale”, poiché il linguaggio stesso, nella sua essenza, è già una traduzione: anzitutto perché rappresenta il mondo non verbale, la realtà; e poi perché ogni segno e ogni frase sono a loro volta la traduzione di un altro segno e di un’altra frase. Questo ragionamento può essere invertito e senza per questo perdere la sua validità: tutti i testi sono originali poiché ogni traduzione è diversa dalle altre, ogni traduzione è una creazione e come tale costituisce un testo unico.

Quando il poeta scrive, traduce, cerca di rendere nitida un’esperienza di vita non linguistica mediante metafore, quindi la poesia è un nuovo modo di intendere la realtà: “Tutto è traduzione”, afferma Octavio Paz; e la traduzione è alla base di tutta la comunicazione umana; il puro linguaggio, il linguaggio naturale, presuppone già una traduzione del mondo che comincia sin dall’infanzia, quando un bambino domanda alla propria madre il significato delle parole che non conosce nella propria lingua. “La traduzione – sostiene Paz – è lo stato naturale dell’uomo”.

Stando così le cose, se si accetta la tesi della relazione esistente tra la lingua e la visione del mondo, sostenuta da autorevoli filosofi del linguaggio come Humboldt, Sapir e Wolff, tradurre sarebbe un compito condannato al fallimento, proprio perché la lingua originale e quella di destinazione riflettono visioni del mondo differenti e difficilmente conciliabili tra loro. La teoria di Humboldt sulle diverse visioni del mondo nelle differenti comunità linguistiche suscitò, all’epoca in cui fu formulata, una lunga e spinosa polemica riguardo alla traducibilità delle lingue. Potremmo esporre la questione in questi termini: se un testo è scritto in una lingua che è il frutto della visione del mondo del popolo che la parla, e allo stesso tempo condiziona il modo di pensare di chi la utilizza, com’è possibile tradurlo in un’altra lingua che è il frutto e l’elemento distintivo di un’altra visione del mondo?

Di conseguenza, Humboldt non crede nella traducibilità assoluta delle lingue, però, proprio come Ortega, crede nella possibilità di avvicinarsi a un’altra lingua, arricchendola e ampliando la visione del mondo che veicola attraverso la propria traduzione. È utopistico pensare che due vocaboli appartenenti a due lingue diverse (che il dizionario presenta come la traduzione l’uno dell’altro) si riferiscano esattamente agli stessi oggetti. Come dichiara Ortega:

“formate le lingue in paesaggi diversi e in vista di esperienze diverse, è naturale la loro incongruenza. […] Non soltanto parliamo in una lingua determinata, ma pensiamo slittando intellettualmente lungo binari prestabiliti, ai quali ci ascrive il nostro destino verbale. […] Ogni lingua impone un determinato quadro di categorie, di corsie mentali; l’altra: che i quadri che hanno costituito ciascuna lingua non sono più in vigore, che li usiamo convenzionalmente e per scherzo, che il nostro dire non è più un dire propriamente ciò che pensiamo, ma soltanto ‘modi di parlare’”[4].

Ciononostante, quel che è certo è che noi traduciamo e leggiamo traduzioni; sebbene la questione sia definire di cosa parliamo quando parliamo di traduzione; si tratta di capire in cosa consista – per usare le parole di Ortega – lo splendore della traduzione.

 

 

[1] Fray Luis de León, Poesie, traduzione e cura di Oreste Macrí, Sansoni, Firenze 1950.

[2] Alex Grijelmo, La seducción de las palabras, Taurus, Madrid 2000.

[3] José Ortega y Gasset, Miseria y esplendor de la traducción, “La Nación”, Buenos Aires 1937. Il celebre saggio di Ortega vide la sua prima apparizione sulle colonne del supplemento letterario del quotidiano “La Nación” di Buenos Aires nei mesi di maggio e giugno del 1937 per poi essere successivamente raccolto nel volume: Ideas y creencias, Espasa Calpe, Madrid 1940.

[4] José Ortega y Gasset, Miseria e splendore della traduzione, traduzione e cura di Claudia Razza, Il melangolo, Genova 2001.

leggi offline «La complessa arte della traduzione. Parte I: estetica e significato»