di Ikhide Ikheloa, “Jalada”, traduzione di Daniela Esposito.

 

“Le urla di autori dalla prosa ingegnosa, alla maniera di James Joyce, Faulkner, Nabokov, Cormac McCarthy e Shirley Hazzard, stanno diventando sempre più rare, sacrificate sull’altare del minimalismo” Chigozie Obioma[1].

Ibrahim El-Salahi, Reborn Sounds of Childhood Dreams I | © Ibrahim El-Salahi

 

Molte lune fa (sì, lune!), in preda alla nostalgia e al desiderio dell’Africa che mi ero lasciato alle spalle per l’inferno di Babilonia, scrissi un pezzo di creative non-fiction pieno zeppo del genere di cose che ci si aspetta da uno scrittore africano. C’erano lune, corruzione e roba del genere. Lo inviai a un giornale occidentale e fu accettato per la pubblicazione. Questo è quello che scrisse uno degli editor in una mail in cui ero in copia:

“Ho un debole per questo tipo di scrittura entusiastica di persone, il più delle volte africane, asiatiche o caraibiche, il cui inglese è molto diverso dalla gran parte degli stili angloamericani”.

In un’altra occasione, scrissi un lungo pezzo sconclusionato in cui mi riferivo a Barack Hussein Obama come “lo scrittore africano e presidente degli Stati Uniti”. L’editor non gradì e corresse il titolo in: “lo scrittore di origini africane e presidente degli Stati Uniti”. Attraverso le mie parole stavo tentando di esprimere un concetto politico. L’editor le modificò con i suoi pregiudizi. Avrei potuto insistere sulla versione originale, ma non lo feci. C’era un prestigioso giornale occidentale che offriva a me, un signor nessuno, uno spazio per mettere in mostra qualsiasi competenza avessi, chi ero per oppormi? Protestai un po’ e ci passai sopra.

Se lo avessi inviato a un giornale nigeriano, molto probabilmente sarebbe stato pubblicato così come lo avevo scritto, per diverse ragioni. Il termine “editor” è solo questo, un termine che descrive persone che non vivono in Nigeria. Loro vivono in Occidente, da dove puntano i loro piccoli occhi luccicanti sulla letteratura africana, cambiano le parole affinché risultino comprensibili al lettore occidentale e fanno sussultare il lettore africano per la rabbia repressa.

Stiamo parlando di come le cose si perdono nella traduzione. Gran parte della letteratura africana contemporanea che si legge nei libri si è scontrata con questa questione. Come si fa a preservare l’autenticità della prosa senza perdere il pubblico (pagante) occidentale? È un problema sempre più grande, come dimostra la mia lettura di This House Is Not for Sale di E.C. Osondu[2] e di I pescatori di Chigozie Obioma[3].

Questo in realtà non riguarda Osondu e Obioma, che hanno ampiamente dimostrato di essere degli scrittori notevoli e, a quanto pare, hanno avuto buoni riscontri con entrambi i loro libri. Mi è piaciuto leggerli tutti e due; ciò nonostante nutro grandi preoccupazioni per il modo in cui loro, e molti di noi, si sforzano di soddisfare i lettori occidentali.

Le cose si perdono nella traduzione. Ci sono delle storie. Nel XXI secolo ci sono i libri e c’è internet. E dentro internet ci sono i social media. È un gran bel momento per stare al mondo: grazie ai nuovi media e a quelli emergenti, scrittori e lettori sono uniti dall’imbarazzo della scelta quando si tratta di raccontare una storia.

 

Jalada

 

Lo scenario è praticamente infinito e ne è nata una nuova forma di povertà per le troppe scelte possibili rispetto alla totalità delle offerte. È una buona cosa, soprattutto dal punto di vista degli africani che prima erano letteralmente costretti a guardare alle loro vite solo attraverso i libri.

Leggendo le opere di oggi degli scrittori africani, si rimane colpiti dalla loro potenza narrativa e da quanto essa sia influenzata dall’uso o dall’abuso della lingua inglese nel trasmettere qualcosa che inizialmente era stato pensato in una lingua africana, nel pidgin english o nell’inglese standard parlato per le strade dell’Africa. Quando si tratta di letteratura africana, la lingua è l’elefante nella stanza; e con ciò mi riferisco, in un senso non convenzionale, a quanto si è guadagnato – e a quanto si è perso.

Sto pensando a Ngugi Wa Thiong’o e ai suoi esperimenti e alla sfida che la scrittura rappresenta nelle lingue indigene, timori descritti nella sua raccolta di saggi Decolonizzare la mente. La politica della lingua nella letteratura africana[4]. E ovviamente c’è l’energica obiezione di Achebe nel saggio Politics and Politicians of Language in African Literature[5]. Egara Kabaji ha scritto un articolo interessante sul metodo di Ngugi. Kabaji afferma:

“Auspico un nuovo cambiamento di paradigma sulla questione della lingua. Dobbiamo chiedere a noi stessi quali sono i bisogni del popolo africano, invece di continuare a fissarci sull’esperienza coloniale. Dobbiamo scrivere delle esperienze africane. Dobbiamo scrivere in onore della nostra diversità, affinché possiamo apprezzare noi stessi e gli altri con cui condividiamo l’Africa. Sto esortando a quello che io chiamo ‘ricostruzionismo critico’.

“E ciò dovrebbe consistere in un nuovo modo di scrivere che tenga conto della realtà della nostra situazione africana. Bisogna prendere in considerazione la storia del bambino africano e le nostre condizioni di vita. L’Africa è un continente in crisi. Noi non possiamo accettare di restare in questa crisi per sempre. Dobbiamo agire adesso e la letteratura che scriviamo deve essere la letteratura della ricostruzione. Dobbiamo diffondere speranza nei popoli africani e le competenze per portare la società su un nuovo livello. Dobbiamo aiutare gli africani a ricostruire la loro vita e quella della loro società. La nostra letteratura deve esortare al dialogo e alla consapevolezza critica”[6].

Sono d’accordo con Kabaji. Plaudo alle fatiche erculee di Ngugi su questo fronte, ma mi allineo con l’atteggiamento pratico del grande saggio scomparso Chinua Achebe, il quale osserva che:

“Teatralità a parte, la differenza tra Ngũgĩ e me sulla questione lingue indigene o lingue europee per gli scrittori africani è che, mentre Ngũgĩ ritiene che si tratti di una questione di esclusione, o le une o le altre, io ho sempre pensato che si tratti di una questione di inclusione di entrambe”[7].

Arrow_of_godSecondo me, nei loro lavori Achebe e Ngugi hanno dimostrato, in maniera alquanto interessante, che è possibile prendere la lingua inglese, appropriarsene e scrivere con essa come se si stesse scrivendo nella propria lingua indigena.

Leggete i libri di Achebe, specialmente Il crollo[8], La freccia di dio[9], Ormai a disagio[10] e Un uomo del popolo[11]; la bellezza dei suoi romanzi sta tutta nel modo in cui Achebe si è servito dell’inglese e ha fatto credere ai lettori che i personaggi parlassero in igbo. Soprattutto leggendo Il crollo, si perdonerebbe al lettore di aver creduto che Achebe avesse scritto in igbo.

Quell’uomo era un genio. Il suo approccio è stato ingegnoso per diverse ragioni; da un punto di vista economico, tentare di vendere un romanzo nella lingua dei miei antenati sarebbe stata un’impresa enorme. Poche persone lo avrebbero comprato perché gran parte della mia gente parla la propria lingua ma non sa né leggerla né scriverla. D’altra parte non c’è molto mercato per le opere di narrativa scritte in igbo. Ma questa è la minore delle nostre sfide. Achebe e gli scrittori della sua generazione l’hanno brillantemente aggirata attraverso l’uso creativo dell’inglese. Si sono appropriati della lingua inglese e l’hanno fatta loro in maniera unica. Ed è così che dovrebbe essere.

Le generazioni di scrittori africani successive ad Achebe faticano a eguagliare la sua genialità. Ci sono ragioni economiche per questo; la casa editrice e gli editor indigeni che hanno supportato Achebe e Ngugi sono praticamente spariti, lasciando un grande vuoto che è stato riempito dagli editori occidentali e dai loro editor, con risultati contrastanti. In assenza di una solida industria editoriale in patria e grazie a governanti in gran parte indifferenti e anti-intellettuali, gli scrittori africani sono stati costretti a inondare l’Occidente con i loro manoscritti. All’Occidente va riconosciuto il merito di sostenere quasi da solo la letteratura africana, attraverso i finanziamenti e un avido pubblico pagante.

Tuttavia ciò ha un prezzo, almeno su un importante piano; molti scrittori africani, impazienti di essere pubblicati e ArrowOfGod_2che sbavano di fronte a prestigiose piattaforme letterarie, hanno ampiamente permesso all’Occidente di stravolgere la lingua letteraria dei loro libri.

È quasi comprensibile, questi scrittori non stanno negoziando da una posizione di forza, perciò osservano inermi come parole e termini che hanno senso in contesti africani siano rimaneggiati secondo gusti occidentali da editor occidentali, le cui impressionanti competenze editoriali sono fortemente compromesse dalla loro ignoranza culturale.

Per inciso, io credo davvero che gli editor occidentali debbano collaborare con quei pochi editor africani che sono là fuori, quando preparano la letteratura africana per la tipografia. Al lettore occidentale piace la nuova lingua usata nei dialoghi ma, per un africano, è penosa da leggere. Nella narrativa contemporanea pubblicata in Occidente molto è stato stravolto per il semplice motivo che c’è un pubblico che compra e che ha bisogno di capire ciò che legge. È una decisione economica, ma le implicazioni per l’Africa e per la traiettoria delle sue storie sono enormi e per lo più tragiche.

In questi testi di narrativa vediamo l’involontaria conseguenza del patrocinio occidentale sulla scrittura africana – una rovinosa perdita della lingua. E un soffocamento di voci potenti, sommerse nell’applauso alieno di un adorante pubblico occidentale. Ma non tutto va male, c’è qualche speranza: l’avvento di una robusta cultura letteraria su internet e sui social media ha amplificato questa questione; la democratizzazione dello storytelling nello spazio digitale ha permesso a una generazione emergente di scrittori di essere nient’altro che sé stessa, di scrivere semplicemente nella propria lingua “inglese africana”.

Purtroppo, fintanto che la letteratura africana sarà giudicata quasi esclusivamente sulla base di libri pubblicati in Occidente, è opportuno occuparsi della distorsione della lingua – e della traiettoria della narrazione, perché i custodi della letteratura africana continuano a ignorare il fatto che la stragrande maggioranza della scrittura africana è oggi su internet.

thi_house_is_not_for_saleThis House Is Not for Sale è un’opera di narrativa che educa e intrattiene il lettore con interessanti esperimenti di storytelling, intrecciati con i resoconti storici di un’epoca passata. Mi è piaciuto leggerla; le storie sono accompagnate da argute osservazioni generate dallo sguardo di un bambino che vive in una casa (chiamata “casa famiglia”) piena di personaggi interessanti, personaggi che solo una mente allucinata avrebbe potuto partorire. Lo raccomando al lettore che stravede per la buona narrativa. Sul blog Africa Is a Country c’è una valida recensione del romanzo.

Ci sono molte cose apprezzabili in questo libro, dal montaggio alla meticolosa ricerca che lo ha accompagnato, fino alle frasi brevi e ordinate che mettono in evidenza come Osondu sia uno scrittore che ha il controllo della sua opera. Osondu impiega un’insolita, ma tutto sommato efficace, strategia di scrittura, che attinge anzitutto ai suoi punti di forza come autore di racconti; ci sono poi tutti questi incantevoli personaggi.

L’autore mantiene un’attenzione costante sui personaggi che vivono in questa casa meravigliosa chiamata “casa famiglia” che, come testimone non proprio silenziosa della vita, dispensa opinioni attraverso i suoi numerosi abitanti.

Per essere un esperimento di scrittura al di fuori dei confini dell’ortodossia, viene portato avanti abbastanza bene. Se non fosse che This House Is Not for Sale è stato scritto tenendo in mente un vasto pubblico occidentale; le parole nigeriane sono messe in corsivo e spiegate con cura all’interno della stessa frase o in quella precedente.

Gli scrittori africani forse dovrebbero imparare a essere più chiusi; nel XXI secolo chi è che scrive akara in corsivo e spiega che è un “tortino di fagioli”? Io dico che se il lettore è troppo pigro per usare Google, peggio per lui.

A essere sinceri, dopo tutti questi anni di invettive contro gli scrittori africani, mi rendo conto adesso che quanti di loro decidono di pubblicare in Occidente non negoziano da una posizione di forza; l’editor è occidentale, la casa editrice è occidentale e il pubblico pagante è occidentale. E questo ha un senso da un punto di vista commerciale.

Tuttavia ciò non lo rende meno esasperante. Immaginiamo se Tolstoj, in Guerra e pace, avesse avuto il tempo di mettere in corsivo e spiegare ogni parola sconosciuta al lettore africano. Quel libro sarebbe arrivato a contare più di 50.000 pagine.

In difesa degli scrittori, la Nigeria ha ben poche case editrici indigene di valore: cosa deve fare allora uno scrittore? Volete essere pubblicati? Fatevi pure prendere per il culo dai pagatori occidentali.

Il libro di Osondu avrebbe potuto avvalersi di un editor indigeno o della sua collaborazione; in alcuni capitoli, l’eccessiva revisione dell’editor occidentale ha soffocato l’esplosione e la passione della potente voce dell’autore. L’impegno nel vendere il libro all’Occidente è stato implacabile e i lettori, soprattutto i giovani lettori africani ormai abituati alla schietta comunicazione su Internet e sui social media, storcerebbero il naso davanti ad alcune parti del testo. Vale la pena ripeterlo: per Achebe si è trattato di un semplice trucco; appropriarsi della lingua inglese come se fosse la propria e raccontare la propria storia. Bisogna essere chiari. Gli editor di Achebe hanno amplificato la sua voce, almeno nei suoi primi lavori. Osondu aveva bisogno di un editor forte che capisse la sua potenza narrativa e la necessità di piegare la lingua inglese al volere del racconto.

Aatish Taseer, in un articolo sul “New York Times” (19 marzo 2015), sembra parlare della frustrazione di scrivere verso, per e attraverso l’Occidente:

“Poiché sono cresciuto a Delhi negli anni ottanta, parlavo l’hindi e l’urdu, ma da adulto ho dovuto, con imbarazzo, impararli di nuovo. Molte persone del mio ambiente non se ne sono prese il disturbo.

Questo significava che per gli scrittori come me non era di fatto possibile perseguire una seria carriera in una lingua indiana. Siamo stati costretti invece a fare un tortuoso viaggio di ritorno in India. Potevamo scrivere del nostro paese, ma dovevamo sempre tenere un occhio su cosa funzionava in Occidente. È un’esperienza vergognosa; produce sentimenti di irrilevanza e inautenticità. V.S. Naipaul lo chiamava ‘l’enigma delle due civiltà’. Riteneva che fosse un ostacolo per ‘l’identità, la forza e la crescita intellettuale’”[12].

Riuscire a intrattenere un lettore con un libro, nell’era della dipendenza dai social media, è di per séman_of_the_people un’impresa straordinaria e, con me, Osondu ha superato questa prova. Tuttavia anche il lettore sta affrontando alcune sfide personali; i social media sono la nuova dipendenza, fatta di brevi post e grugniti sotto forma di tweet. Leggere long form oggi è il nuovo passatempo. L’intensità del sentimento, la foga che accompagna il commento istantaneo e il contatto tra lettore e scrittore, il lettore che a sua volta diventa scrittore (scrittore e lettore che si scambiano i ruoli).

Se This House Is Not for Sale risente dell’appropriazione indebita dell’inglese, I pescatori di Obioma presenta una versione virale del male.

Lasciatemelo dire, I pescatori va letto, per varie ragioni, non tutte buone, ma questo dovrebbe essere il fardello degli studiosi per i decenni a venire – decifrare tutto ciò che il romanzo prefigura.

Habila ha scritto una buona recensione dell’opera, disponibile qui.

Leggete il libro: è coinvolgente per i motivi giusti e per quelli sbagliati.

Una volta che l’avrete messo via, inizierete a porvi molte e difficili domande, i vostri pensieri schizzeranno da cosa avrà mai potuto vedere Obioma da bambino e come è la vita in Nigeria (orribile secondo il libro), fino al patriarcato (infernale); infine rifletterete sullo stato della letteratura africana contemporanea così come appare nei libri (attaccati alla gonnella dell’Occidente, stretti nelle mani dei guardiani e degli editor occidentali, molti dei quali hanno buone intenzioni ma sono incapaci perché incompetenti sul piano culturale).

Mentre leggevo il libro e arrancavo attraverso i dialoghi, in quanto nigeriano continuavo a chiedermi: “Ma chi è che parla così in Nigeria?”.

Come la maggior parte dei romanzi africani pubblicati in Occidente, questo libro è rivolto direttamente all’Occidente, a beneficio del suo pubblico di lettori. Non è un romanzo per nigeriani; è una storia sulla Nigeria venduta all’Occidente.

I dialoghi sono stati modificati e adattati per assicurarsi che gli occidentali potessero capire cosa stesse accadendo; significativamente, i termini nigeriani sono con premura messi in corsivo e spiegati. Qui si dice che il dodo è “la banana fritta”. È un libro frustrante se sei nigeriano e se sai che stai leggendo il lavoro di una mente brillante che ha dovuto compromettersi profondamente per vendere il suo lavoro lì dove si trova un pubblico disposto a pagare.

Non lo biasimo. C’è stato un tempo in cui ero solito biasimare gli scrittori africani per quello che io consideravo un compromesso o il loro svendersi, ma che scelta hanno? Non c’è un pubblico pagante in patria. Questo non lo rende giusto, ma è così che stanno le cose.

The-FishermanI pescatori è bipolare su più livelli. Quando è geniale è geniale. Quando è scadente è veramente scadente. Questo libro contiene un po’ della prosa migliore – e un po’ della prosa e dei dialoghi peggiori su cui io abbia mai posato gli occhi. Per tutto il tempo il problema della lingua perseguita Obioma. Ascoltate qui:

“L’inglese, pur essendo la lingua ufficiale della Nigeria, era una lingua formale con la quale ti si rivolgevano gli estranei e i non-parenti. Aveva il potere di scavare fossati fra te e i tuoi amici o parenti che decidevano di usarla al posto dell’igbo. Quindi i nostri genitori parlavano di rado l’inglese, tranne che in momenti come quello, quando le parole avevano lo scopo di strapparci il terreno da sotto i piedi. I nostri genitori erano molto abili in questo, e Madre ottenne quello che voleva. Perché le parole ‘annegato’, ‘tutto’, ‘esistere’, ‘pericoloso’ uscirono grevi, misurate, cariche e accusatrici, e rimasero nell’aria a tormentarci a lungo nella notte”[13].

Oppure qui:

“I nostri genitori spesso sentivano il bisogno di spiegarci espressioni del genere che contenevano significati nascosti perché a volte le prendevamo alla lettera, ma era così che avevano imparato a parlare; era così che la nostra lingua – l’igbo – era strutturata. Anche se esisteva un vocabolario di costruzioni letterali per gli avvertimenti come ‘sta’ attento’, loro invece dicevano ‘Jiri ire gi guo eze onu – Contati i denti con la lingua’. Una volta, mentre sgridava Obembe per una cosa sbagliata che aveva fatto, Padre era scoppiato a ridere vedendolo muovere la lingua dentro la bocca, tutto accigliato e sbavante, impegnato a cercare di fare il censimento della propria dentatura”[14].

Proprio come nel libro di Osondu, Obioma è sensibile al palato e ai gusti dei lettori occidentali. I termini indigeni nigeriani sono meticolosamente in corsivo, come per mettere in mostra la loro diversità – e prontamente spiegati tra parentesi. Il dodo è (la banana fritta)! E il lettore africano quasi interrompe la lettura quando s’imbatte nel seguente strafalcione che descrive i fagioli:

“Mi ricordo di una domenica pomeriggio che Iya Iyabo arrivò mentre stavamo mangiando fagioli con l’occhio marinati in salsa di olio di palma”[15].

L’umile piatto di fagioli adesso è diventato “fagioli con l’occhio marinati in salsa di olio di palma”. Come se non bastasse, per giunta, il pidgin english nel libro è stato modificato e imbastardito probabilmente per accertarsi della comprensione da parte degli stranieri:

“‘Il suo pikin, Onyladun, è malato. Entra suo marito e lei dice che lui dà soldi medicina, ma lui comincia a picchia-picchia lei e pikin.’

Chi-neke!’ disse Madre con un singhiozzo, e si coprì la bocca con le mani.

Bee ni – è così,’ disse Iya Iyabo. ‘Aderonke dice arrabbiata che lui picchia il pikin malato, e dice paura perché lui alcol, dice che lui uccide lei, così lei picchia suo marito con una sedia’”[16].

Chinua_achebeSto ancora ridendo. Noi non parliamo così. No. Molti anni fa, il mio saggio The Balance of Our Stories[17] trattava la distorsione delle storie africane a causa di queste disfunzioni. In quel saggio, individuavo Chris Abani come colpevole di usare l’ottica conradiana nell’analizzare la Nigeria. Questo è spiacevole: dal mio punto di vista il pidgin english è una lingua di per sé forte; è un potente veicolo di discorso, parlata e scritta nel modo corretto essa emana dignità e umorismo. La conseguenza involontaria del suo imbastardimento è quella di far sembrare il personaggio meno che umano, un situazione che Achebe ha denunciato nel suo fondamentale saggio su Conrad. Achebe grida:

“Ma forse la differenza più significativa è quella implicita nella concessione, da parte dell’autore, dell’espressione umana all’una e la sua negazione all’altra. Non fa chiaramente parte del progetto di Conrad conferire il linguaggio alle ‘anime rudimentali’ degli africani. Al posto della parola, essi emettono ‘un violento balbettio di suoni bizzarri’. Essi ‘scambiano brevi frasi ringhianti’ perfino fra di loro. Ma per la maggior parte del tempo sono troppo occupati con il loro delirio. Ci sono tuttavia due occasioni, nel romanzo, nelle quali Conrad si scosta in qualche modo dalla sua linea e conferisce ai selvaggi la parola, addirittura la parola in inglese. La prima è quando il cannibalismo fornisce il meglio di sé stesso.

‘Prendere lui’, esclamò, spalancando gli occhi iniettati di sangue, in un balenare di aguzzi denti bianchi, ‘prendere lui! Dare lui a me’. ‘A te eh?’, chiesi. ‘Cosa vuoi farne?’. ‘Io mangia lui’, rispose concisamente.

L’altra occasione è il famoso annuncio:

‘Sinior Kurtz – lui morto’.

A prima vista questi casi possono essere scambiati per inaspettati atti di generosità dell’autore. In realtà costituiscono i suoi attacchi più riusciti. Nella faccenda dei cannibali, i grugniti incomprensibili che hanno finora costituito il loro linguaggio sembravano all’improvviso a Conrad inadeguati per il suo proposito di permettere agli europei di dare uno sguardo all’indicibile avidità dei loro cuori”[18].

Terra Cotta Beauty di Jola Naibi[19] (qui una mia recensione) adotta un metodo differente, più coraggioso e forseTerra_cotta_beauty più pratico, ma ricade comunque nelle stesse umiliazioni, come faccio notare:

“Naibi utilizza un pidgin english impeccabile che subito mette in corsivo e spiega in inglese standard. Proprio non sopporto che lo faccia.

‘Oh ma che c’hai mo?’ (‘Che problema hai?’), gli ringhiò l’amico. ‘Pari uno che gli è morta la ma’, hai sentito cos’è c’ha detto Ol’Boy – dice missione compiuta! E tu t’addormenti mo?’ (‘Che problema hai?’ ‘Ti comporti come qualcuno cui è appena morta la madre. Hai sentito cosa ha detto Ol’Boi – missione compiuta! Perché stai perdendo tempo?’)”[20].

Di nuovo, non mi piace che Naibi metta il pidgin english in corsivo, né che poi lo traduca con premura, probabilmente per i lettori occidentali. È quel che è, ma preferisco questo approccio all’imbastardimento del pidgin preferito dagli scrittori nigeriani che scrivono soprattutto per il consumo dell’Occidente. Molto si perde nella traduzione inutile. Forse è vero che il pubblico pagante è in Occidente e che lo scrittore subisce molta pressione per raggiungere il maggior pubblico possibile, ma ciò comporta delle conseguenze involontarie. Gli scrittori occidentali hanno fatto presa in altre regioni rimanendo implacabilmente chiusi, anche prima dell’avvento di Google.

Questa chiusura ha suscitato nei lettori una curiosità assillante. Va contro ogni aspettativa, ma suggerisco caldamente agli scrittori africani di trovare la forza per difendere questa forma di chiusura e riuscire a costringere i lettori occidentali a essere qual tanto curiosi da desiderare di saperne qualcosa in più delle comunità africane, muovere il culo e fare delle ricerche da soli. D’altro canto, noi non negoziamo da una posizione di forza. Loro hanno i soldi e le case editrici. È per questo che adoro Facebook e Twitter; non si può mettere egusi in corsivo lì. Almeno non ancora”[21].

Ma non dobbiamo vedere tutto nero. Bisogna comunque riconoscere il brillante lavoro di un emergente di scrittori e intellettuali che fa da guida e che sta facendo uno splendido lavoro nello spazio digitale.

Penso ai giovani scrittori sconosciuti che alimentano il dibattito sulla letteratura africana e/o creano piattaforme innovative tramite le tecnologie digitali. Vale la pena di ripeterlo; c’è un robusto corpus di testi là fuori su internet. Là non sentiamo la necessità di mettere in corsivo parole come ugali o egusi, né di fornire lunghe e apologetiche note a piè di pagina, Google è vostro amico.

Ibrahim El-Salahi, Self-Portrait of Suffering | © Ibrahim El-Salahi

Uno degli effetti involontari nel cercare d’imporre le nostre storie agli occhi occidentali è quello di mettere in corsivo noi stessi come se noi fossimo l’altro. Su internet gli scrittori africani non hanno bisogno di farlo. E questo è uno dei motivi per cui internet è il libro preferito da milioni di lettori africani. Se solo potessimo trovare il modo di renderlo redditizio per le grandi menti come Osondu e Obioma, saremmo tutti contenti. A proposito, sarebbe significativo vedere cosa contengono i programmi scolastici di lingua e letteratura inglese insegnati nelle aule africane, dalle superiori all’università. Cosa e come stiamo insegnando ai nostri giovani? Se facessimo un sondaggio, quali autori sarebbero presenti in quei programmi? Qual è la natura della ricerca accademica, è ancora intrisa della mentalità di Achebe, Ngugi, Soyinka? Quali sono gli esempi d’innovazione di cui possiamo vantarci? Diamo una forma a ciò che esigiamo dall’Occidente.

Sì, c’è speranza. L’utilizzo della lingua è molto presente nei pensieri dei giovani scrittori di narrativa africana contemporanea. Pemi Aguda, vincitrice del premio Writivism 2015 in Uganda, intervistata sull’uso della lingua, disse questo:

“È così che parliamo a Lagos, no? È inglese ma non è inglese – mescolato, se volete, con un pizzico di pidgin. Tutti pemi-aguda-224x300quelli che conosco ricadono ad ogni frase nell’inglese nigeriano. È come quando diciamo ‘arrivo’ – per dire, quando ce ne andiamo, ‘torno subito’. È nel modo in cui diciamo ‘dicono…’ quando spettegoliamo. Volevo che il racconto fosse più informale e scorrevole possibile, del tipo ‘non sai che m’è successo ieri’, quando parli con un amico. Ma anche in maniera introspettiva, in modo che la narratrice potesse elaborare i suoi sentimenti mentre parlava”[22].

Concordo al cento per cento. Aguda ha capito tutto, ma non sembra che diventerà a breve una scrittrice di successo adorata in Occidente.

La questione della lingua e del suo valore politico in letteratura è chiaramente nei pensieri di Obioma che, in un’intervista e nel suo saggio The Audacity of Prose[24], sostiene una risoluta difesa della sperimentazione. È un saggio brillante, anche se sembra che Obioma stia difendendo le licenze poetiche cui ricorre in I pescatori. È stata un’iniziativa audace, ma ha funzionato? Da ogni punto di vista ha scritto un buon libro, ma dalla prospettiva del lettore africano l’audacia non fa progredire la letteratura africana neanche di un passo. Piuttosto sembra creare uno spazio all’interno di una moda spettacolare e vigorosa per un genere interamente consacrato a soddisfare i gusti letterari occidentali. In alcuni casi, ciò avviene a (involontario) discapito degli africani. Ebbene, in difesa di Obioma: nel libro non si riferisce al gioco del calcio nigeriano chiamandolo soccer. E neanche lo mette in corsivo. Un tabù è un tabù. Facciamo progressi.

Ikhide Ikheloa (@ikhide), blogger, critico letterario e studioso della società, scrive senza sosta su diverse testate online. I suoi lavori sono stati pubblicati su diversi libri, giornali e riviste online. Offre le sue opinioni non richieste su questioni di letteratura e affari internazionali in diverse rubriche sul “Next Newspapers” e sul “Daily Times of Nigeria”. Lo troverete a scrivere di politica e letteratura sul blog http://xokigbo.wordpress.com.

 

 

 

 

[1] Chigozie Obioma, The audacity of Prose, “The Millions”, 8 giugno 2015, http://www.themillions.com/2015/06/the-audacity-of-prose.html.

[2] E.C. Osondu, This House Is Not for Sale, Harper Collins, New York 2015.

[3] Chigozie Obioma, The Fishermen, ONE, Londra 2015; I pescatori, traduzione di Beatrice Masini, Bompiani, Milano 2016.

[4] Ngugi Wa Thiong’o, Decolonising the Mind. The Politics of Language in African Literature, Heinemann Educational, Portsmouth (USA) 1986; Decolonizzare la mente. La politica della lingua nella letteratura africana, traduzione di Maria Teresa Carbone, Jaca Book, Milano 2015.

[5] Chinua Achebe, Politics and Politicians of Language in African Literature, in The education of a British-Protected Child, Knopf, New York 2009. [Il saggio è apparso per la prima volta in: Doug Killam (a cura di), FILLM Proceedings, University of Guelph, Guelph (Ontario) 1989].

[6] Egara Kabaji, Time To Ask Hard Questions on Ngugi, “Daily Nation”, 31 luglio 2015, http://www.nation.co.ke/lifestyle/weekend/Time-to-ask-hard-questions-on-Ngugi/-/1220/2815498/-/rgo79y/-/index.html.

[7] Chinua Achebe, The Education of a British-Protected Child, p. 97.

[8] Chinua Achebe, Things Fall Apart, Heinemann, Londra 1958; Le cose crollano, traduzione di Alberto Pezzotta, La nave di Teseo, Milano 2016. Il romanzo è apparso per prima volta in Italia presso Mondadori nel 1962 con il titolo Le locuste bianche, traduzione di Giuliana De Carlo, e successivamente, con il titolo Il crollo, in Dove batte la pioggia, traduzione di Silvana Antonioli Cameroni, Jaca Book, Milano 1977.

[9] Chinua Achebe, Arrow of God, Heinemann, Londra 1964; La freccia di dio, in Dove batte la pioggia, traduzione di Silvana Antonioli Cameroni, Jaca Book, Milano 1977.

[10] Chinua Achebe, No Longer at Ease, Heinemann, Londra 1960; Ormai a disagio, in Dove batte la pioggia, traduzione di Silvana Antonioli Cameroni, Jaca Book, Milano 1977.

[11] Chinua Achebe, A Man of the People, Heinemann, Londra 1966; Un uomo del popolo, traduzione di Marco Grampa, Jaca Book, Milano 1978.

[12] Aatish Taseer, How English Ruined Indian Literature, “The New York Times”, 19 marzo 2015, http://mobile.nytimes.com/2015/03/22/opinion/sunday/how-english-ruined-indian-literature.html?_r=3&referrer&referrer.

[13] Chigozie Obioma, I pescatori, p. 30.

[14] Chigozie Obioma, I pescatori, p. 45.

[15] I Chigozie Obioma, I pescatori, p. 109-110.

[16] Chigozie Obioma, I pescatori, p. 111.

[17] Ikhide Ikheloa, The Balance of Our Stories , “Nigerians in America”, dicembre 2007.

[18] Chinua Achebe, An Image of Africa. Racism in Conrad’s Heart of Darkness, in Hopes and Impediments, Heinemann, Londra 1988; Speranze e ostacoli, traduzione di Davide Danti, Jaca Book, Milano 1998, p. 18.

[19] Jola Naibi, Terra Cotta Beauty, Createspace Independent Publishing Platform, North Charleston (USA) 2014.

[20] Jola Naibi, Terra Cotta Beauty, p. 93.

[21] Ikhide Ikheloa, On Beauty and Narrative in Jola Naibi’s Terra Cotta Beauty, “Ikhide”, 9 maggio 2015, https://xokigbo.com/2015/05/09/on-beauty-and-narrative-in-jola-naibis-terra-cotta-beauty/.

[22] Interview: Pemi Aguda: Winner of the 2015 Writivism Short Story Competition, “Brittle Paper”, 15 luglio 2015, http://brittlepaper.com/2015/07/interview-pemi-aguda-writivism-competition/.

[23] Of Animal Metaphors and the British Legacy: an Interview with Chigozie Obioma, “Michigan Quarterly Review”, 9 aprile 2015, http://www.michiganquarterlyreview.com/2015/04/of-animal-metaphors-and-the-british-legacy-an-interview-with-chigozie-obioma/.

[24] Chigozie Obioma, The Audacity of Prose.

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