The Strip di Kannan Mahadevan, “Racquet magazine”, Issue n. 6, traduzione di Alessandra Castellazzi.

Illustrazioni di Amanda Berglund.

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C’era un uomo che tutti chiamavano Tangenziale Bob. Non si capiva quanti anni avesse, né quale fosse il suo umore. Non si capiva se era bianco o nero, perché la sua faccia era rossa e così sporca che avrebbe potuto anche non averla. Viveva sotto il cavalcavia della statale 450, proprio dove la tangenziale riversa il suo traffico, e quando mia madre passava di lì tentava sempre di ricordare una parola che aveva imparato da gente come lui molti anni prima.

“È senzatetto”, dicevo sempre io.

Mi ignorava, continuava a pensare.

“Barbone”, dicevo.

“No!”.

Quando Tangenziale Bob con il suo cartello di cartone si avvicinava troppo al finestrino, lei metteva la sicura alle portiere e guardava fisso attraverso il parabrezza.

Non so quand’è stata l’ultima volta che l’ho visto. Dicevano che era morto, che un giorno fosse finito ubriaco sulla statale e l’avessero investito. Nessuno l’aveva visto, ovviamente, ma il suo fagotto grigio di coperte e vestiti era sparito da sotto il cavalcavia, e questo mi bastava per crederci.

Opener_The_Strip copyDopo Tangenziale Bob, c’è stato Neville a camminare su e giù per lo spartitraffico. Non era come Bob. Non chiedeva mai soldi, era sempre energico e determinato. Aveva un cartello con scritto: “Neville Records”. Voleva lanciare un’etichetta tutta sua. Camminava avanti e indietro con una piccola scatola per le scarpe piena di cassette, che cercava di vendere attraverso il finestrino per un dollaro. Se nessuno le comprava, offriva sconti 2×1. Mi piaceva, perché quando mia madre scuoteva la testa e guardava fisso davanti a sé, lui faceva spallucce e alzava le mani, a dimostrare che i gusti sono gusti, e la scelta era nostra. Amava la sua musica. Per settimane non si poteva guidare sulla statale senza sentire in sottofondo: “Devo liberarmi di tutti quelli che mi vogliono fare la pelle – bang bang”. E poi lo si vedeva marciare lungo lo spartitraffico nel suo cappotto invernale con la testa infilata nel cappuccio di pelliccia che andava a tempo coi nuovi versi.

Rimasi sorpreso un giorno di trovarlo ai campi da tennis, per me lui faceva parte del panorama della statale. Stava seduto sulla panchina sotto il salice, curvo sopra la sua scatola di scarpe, strappava un nastro dopo l’altro dalle cassette e lasciava che i grovigli cadessero ai suoi piedi, dove si posavano come una specie di ammasso oleoso che rifletteva tutt’intorno la luce del sole. Quando mi sono avvicinato, ha alzato gli occhi, proprio verso di me; e anche questa fu una sorpresa. Per qualche motivo pensavo che una persona che è costantemente ignorata da tutti dovesse, a sua volta, ignorare costantemente tutti. Ma non ero spaventato. Avevo con me la racchetta da tennis e un tubo di palline e una grande bottiglia d’acqua verde che avevo tenuto nel freezer. Era lui quello fuori posto. Un suono incrinato venne dalla mia bottiglia. Al centro era ancora un blocco di ghiaccio, ma il resto iniziava a sciogliersi. Lui spostava lo sguardo da una cosa all’altra. Poi disse, come se ne avessimo già parlato: “E così è qui che ti alleni”.

“Allenarsi” suonava molto più importante di giocare. E mi sono sentito in colpa, perché mi ero già preparato a fingere di non averlo mai visto in vita mia.

“È bello”, ha detto, e poi non ha detto più nulla per un po’. Si è messo la scatola di scarpe in grembo e si è spostato su un lato della panchina. Mi sono seduto.

“La polizia dice che serve un permesso per vendere. Se no non posso piazzare la mia musica”.

“Non è giusto”, ho detto.

“Giusto?”, ha alzato lo sguardo. “Meglio che ti togli quella parola dalla testa”. Ha continuato a strappare i nastri delle cassette. Li abbiamo guardati svolazzare in giro e impigliarsi nella recinzione. Tristemente, ha preso la mia bottiglia d’acqua frizzante e ha fatto un sorso.

Una settimana dopo, ci siamo incontrati di nuovo. Mi aspettavo di ritrovarlo sulla statale, con o senza cassette. Perché se era facile per me immaginare mia madre mangiare il suo uovo sodo al lavoro, oppure Black George che manovrava in un enorme parcheggio con filo spinato e cancello di accesso alla base aerea di Dover, non riuscivo davvero a credere che Neville facesse qualcosa o addirittura esistesse quando non lo vedevo. Ma lo spartitraffico era deserto.

Ai campi sembrava che stesse aspettando. E non appena ha sentito che qualcuno saliva su per la collina, ha girato la testa ed è saltato in piedi. Questa volta aveva la propria bottiglia, un Mystic Tea. Aveva con sé anche una racchetta da tennis verde.

“Vedrai che mi batti”, mi disse.

Gli chiesi dove avesse preso la racchetta.

“È mia adesso”. Ha fatto un sorriso furbo.

Non sembrava valesse la pena rubarla. Le corde erano proprio come delle corde vere, molli e sfilacciate.

Ho provato a dirgli che non dovevamo per forza fare una partita. Potevamo scambiarci qualche palla. Il più gentilmente possibile, gli ho chiesto se avesse mai giocato.

Il sorriso gli è sparito, le labbra formarono una linea dritta, non ha detto più una parola finché non abbiamo iniziato a giocare.

Sentivo che se avessi tralasciato anche solo una regola, se ne sarebbe accorto. Quindi gli ho detto di battere diagonalmente nella mia area di servizio, quando ha mancato la palla due volte di fila ho alzato il dito, chiamato un “doppio fallo” e reclamato il punto spostandomi dall’altro lato. Si è spostato anche lui. Quando ha fatto quattro doppi falli di fila, ho detto “game”. Quando ha perso sei game di fila, ho detto “set”, sentendomi spietato; poi mi sono avvicinato alla rete e ho aspettato lì finché non ha capito che era finita.

Dopo ci siamo riposati. Ci siamo seduti ognuno dal proprio lato della rete. Io ho bevuto la mia Spot_The_Strip_1 copyacqua, lui ha bevuto il suo tè. Non faceva troppo caldo, ma il sole splendeva e disegnava ombre nere e affilate dall’intreccio della rete. Neville si è sdraiato per terra, per poi alzarsi quasi subito.

“Ho perso?”, ha sbadigliato.

Io ho annuito, lui si è sdraiato di nuovo all’ombra della rete, che mi sembrava una ragnatela scura e fresca. Poco dopo dormiva profondamente, steso sulla schiena e tutto ricoperto dalla ragnatela. Ho tentato di andarmene in silenzio, ma quando mi è caduta la racchetta, lui ha continuato a non muoversi.

Abbiamo iniziato a giocare regolarmente, io e Neville. Dava per scontato che fosse il motivo per cui andavo lì; non riuscivo a dirgli di no. Ma non è mai migliorato. Colpivo la palla più alta e lenta possibile, ho anche iniziato a servire dal basso. Ma riusciva ad aspettare pazientemente l’arrivo della pallina solo fino a un certo punto. All’ultimo momento finiva sempre con l’agitarsi, faceva una mossa improvvisa, come se la pallina fosse un pesce scivoloso da trattenere, e la mancava. Oppure la steccava sul bordo della racchetta, cercava la pallina ovunque mentre questa ruotava sempre più in alto sopra la sua testa per poi ricadere da qualche parte dietro di lui.

Mi concentravo sulle regole. Gli spiegavo che al punteggio di cinque game pari bisognava arrivare a sette anziché a sei per vincere la partita e che a sei game pari bisognava giocare il tie-break.

“L’unica occasione in cui giochi un tie-break all’ultimo set sono gli US Open”, gli ho detto. “In Australia e in Francia e a Wimbledon devi giocare a oltranza quando arrivi a sei pari. Può andare avanti all’infinito”. Mi sono fermato, per vedere se stava ancora ascoltando. Era piegato in avanti, con le mani appoggiate sulla rete.

“Il record è 50-48. Charlie Pasarell batte Pancho Gonzales. Ci sono voluti tre giorni per finire quel set”.

Neville ha sorriso al suono di quei vecchi nomi, Charlie e Pancho. Ma dopo un po’ ha scosso la testa con serietà. “Noi non andiamo avanti così tanto”, ha detto. “Ho delle robe da fare”.

Quando ha saputo che il tennis non era uguale dappertutto, ha iniziato a elencare tutti i paesi che gli venivano in mente. “Come giocano lì?”, chiedeva.

“In Canada giocano il doppio canadese”, dicevo. “Una persona da un lato e due persone dall’altro”.

“Due-contro-uno”, annuiva.

“Più o meno”, dicevo.

Ha iniziato a sorridere tra sé e sé, poi ha chiesto: “E in Eritrea come giocano?”.

L’ho fissato.

“Eritrea”, ha ripetuto. “Lo fanno il tie-break in Eritrea?”. Il sorriso si è allargato quando ha capito che sapeva qualcosa che io non sapevo, era bello con quei denti bianchi e la barba scura. Ne ha fatto lo spelling.

Sono andato a casa, dritto all’atlante sotto il tavolino da caffè. L’Eritrea era uno staterello in giallo, sotto l’Etiopia. La capitale era Asmara. Ho chiuso il libro e ho pensato a Neville, che in quel momento iniziava a esistere anche quando non lo vedevo. Da qualche parte, in passato, era venuto a conoscenza dell’Eritrea e adesso poteva pensarci quando voleva senza che nessuno lo sapesse. Loro lo vedevano solo camminare avanti e indietro sullo spartitraffico con le macchine che passavano ininterrottamente in entrambe le direzioni; lui invece vedeva l’Eritrea e il Nilo. Mi sembrava un magnifico trucco, una magia.

Gli ho spiegato le regole speciali del tie-break. Mi ascoltava con attenzione; voleva fare le cose per bene. A volte, giusto per allenarci, mi chiedeva di giocare un tie-break al posto di un set; e, puntualmente, si premurava di iniziare a servire dalla parte sinistra del campo invece che dalla destra e di fare cambio campo dopo aver giocato sei punti, anche se il punteggio era 6-0 e restava ancora un punto da giocare[1].

Ho sfoderato tutte le regole di mia conoscenza. Gli ho raccontato tutto quello che mi veniva in mente, tutto quello che all’inizio non credevo volesse sapere. Quando non mi è rimasto più niente, ho iniziato a mentire. All’inizio non sembravano davvero bugie. Venivano fuori dalla verità. Gli ho detto che a Wimbledon bisognava vestire di bianco. Poi gli ho detto che bisognava fare l’inchino alla Regina a fine partita. Che è vero, quando c’è la Regina. Ma la Regina non c’è quasi mai. Le interessano solo i giocatori inglesi o le finali. Ma a Neville piaceva come rituale di fine partita; dopo avermi stretto la mano si girava verso la recinzione e faceva un inchino per nessuno.

Gli ho detto che ai French Open non c’era bisogno di luci perché Parigi è la “città delle luci” e molte partite proseguivano oltre la mezzanotte; che le estati nell’emisfero australe sono così calde che agli Open australiani, se la temperatura si avvicina ai 50 gradi, ti lasciano giocare nudo.

“Anche le donne?”, ha chiesto Neville immediatamente.

Ho annuito impassibile.

Per un attimo è rimasto impalato con le mani sulla testa e la bocca aperta e gli occhi spalancati, sconvolto dalla gioia. “Devo prendere dei biglietti”, ha detto a bassa voce. “Dove hai detto che è?”.

“Melbourne”, ho detto.

Spot_The_Strip_2 copySi è trovato un lavoro al Red Lobster, sulla statale. Non avrei mai pensato fosse un vero ristorante, con una cucina che serviva cibo a delle persone che uscivano di casa per mangiarlo e pagarlo. Per me era sempre stata solo una cosa davanti alla quale passavo. Ma Neville è entrato e ha detto che aveva esperienza come cameriere a D.C., l’hanno preso come aiuto cameriere e pagato un venerdì sì e uno no. E ora quando ci passavo davanti non potevo fare a meno di sentirmi un po’ colpito, perché sapevo che lì dentro c’erano persino dei soldi.

Quando lo vedevo camminare verso i campi dopo il suo turno del venerdì, pensavo che nessuno può sentirsi annoiato, o triste, nel weekend. Quei venerdì camminava con slancio, si tirava su i pantaloni e urlava: “Libero finalmente!”. Non indossava mai la maglietta, solo il cappellino rosso del Red Lobster e il grembiule nero da aiuto cameriere arrotolato come un asciugamano intorno al collo. Salutava e annuiva e indicava, rispondeva a saluti che non avevo visto fargli e li ricambiava senza smettere di camminare. Una volta mi ha visto tornare a piedi dal 7-Eleven. “Sto risparmiando!”, mi ha urlato, picchiettandosi la tasca. “Risparmio!”.

Il suo nuovo obiettivo era andare a Melbourne per gli Open australiani. Che ci andasse questo gennaio, oppure il successivo o quello dopo ancora, non gli importava.

“Ci vieni anche tu?”, mi diceva.

“Non posso”, sospiravo.

“Peccato”. Faceva spallucce, allo stesso modo in cui faceva spallucce quando nessuno comprava la sua musica; ero un po’ geloso che la mia vita non fosse romantica e libera come la sua. Io dovevo andare a scuola.

Ai campi, Neville iniziava ad attirare l’attenzione. Rubava sempre più sul lavoro. Rubava bicchieri e cucchiai solo per poter mangiare il cibo che rubava. Aveva messo insieme un piccolo servizio e lo teneva nascosto nel cespuglio vicino al cancello. Un venerdì si è portato un sacco dell’immondizia pieno di crocchette ai gamberi e una bottiglia di Olde English presa al discount di alcolici.

“Giorno di paga!”, diceva ad alta voce. “È arrivato il weekend, belli. Voglio divertirmi e non mi ferma nessuno. La polizia non mi ferma. Mi hanno visto bere e non hanno detto niente”.

A intervalli di qualche minuto cantava: “Ho i gamberi, ho il liquore. Lo sapete che li volete anche voi”.

La gente rideva e continuava a fare quello che stava facendo, così Neville si è seduto sulla panchina e ha iniziato a bere e a mangiare per conto suo. Ma non in modo scostante. Ogni volta che qualcuno spuntava dai gradini, diceva ad alta voce tra sé e sé: “Che tipi questi di Chesapeake”. Oppure beveva un sorso di liquore e diceva: “Aaah!”, per farsi sentire da tutti.

Nessuno l’ha raggiunto. Lui faceva spallucce, come se fossimo noi a comportarci in modo ridicolo. Dopo un po’ sembrava proprio così, si stava talmente divertendo. Quando sono andato a provare un pezzo di gambero Black George mi ha fermato. Mi ha sussurrato in modo diffidente, irritante: “Non sai dov’è stato quel cibo”. L’ho mangiato comunque. Sentivo di conoscere Neville meglio di chiunque altro. A loro non aveva parlato dell’Eritrea.

Riuscivano solo a parlare di quanto fosse del ghetto. Un giorno Archie ha annunciato che Neville era molto probabilmente un ex-tossico di Anacostia.

“Non è vero”, ho detto tranquillamente. Volevo ancora credere che appartenesse solo a me.

“Guardalo”, ha detto Archie. “Dico solo che è probabile”.

E quando un giorno Neville è arrivato ai campi con un grosso buco al posto di un incisivo, era deciso. Non gli si ritorse contro. La gente si compiaceva di avere qualcuno del ghetto così a portata di mano.

“Cosa ti è successo?”, ha chiesto qualcuno.

“Cercavo di aprire una lattina di mais al lavoro”, ha detto Neville. “Mi ero dimenticato di avere l’originale qui”. Ed è corso al cespuglio e ha tirato fuori un apriscatole e tutti hanno riso: prima alla vista dell’apriscatole che usciva dal cespuglio e poi, più forte, per quanto era strano ma giusto l’aspetto di Neville adesso, che rideva con quel grosso buco in bocca, come se avesse dovuto averlo da sempre.

La stessa cosa è successa quando le corde gli si sono infine spezzate. Ha passato la racchetta in giro per farla vedere a tutti. La gente se lo aspettava da settimane, tutti ammiravano il suo aspetto sbagliato.

“Sembrano spaghetti”, ha riso Archie, poi ha fatto passare la sua manona fra le corde flosce, salutandoci.

Black George ha detto: “Te ne devi prendere una nuova ora, Neville”.

Ma Neville si è tolto il cappellino e ha iniziato a saltellare in giro come se si stesse solo scaldando. Ha continuato a colpire finché le corde non si sono staccate e si è formato un buco in mezzo alla racchetta. La gente era piegata dalle risate, ma Neville continuava a battere e la palla continuava a passare dal buco. Alla fine Black George ha scosso la testa e detto: “Neville, bello, sei troppo del ghetto” e gli ha detto di andare a prendere una racchetta di riserva dal suo borsone.

È stato solo per il gusto di dircelo, credo, che ha provato a rubare un’altra racchetta. Una guardia l’ha visto e l’ha inseguito fuori dal negozio.

“Maledetta polizia”, ha borbottato Neville.

Non sembrava sentire la mancanza dei set e dei tie-break giocati con me. Aveva l’attenzione di tutti adesso; apparteneva a tutti, come una star.

“Guardalo”, diceva Black George a volte; e io lo facevo, sperando di vedere qualcosa che nessun altro vedeva. Ma, ora che qualcuno l’aveva detto, era difficile non vedere un tossico a cui mancava un dente.

Un giorno Neville è arrivato ai campi e si è tolto il cappellino Red Lobster e l’ha calpestato.

“Ma di che diavolo parla il capo, io non so spazzare!”, ha detto, e ha sputato. “Chi non sa spazzare! Prendi la scopa e fai così”, e muoveva le mani in cerchi veloci, come se stesse mescolando qualcosa in una pentola. “Una fila di persone che si devono sedere, il cuoco che non ha nemmeno il tempo di soffiarsi il naso, e il capo mi dice di andare in cucina e spazzare mentre gli altri cercano di cucinare, come se così risparmiamo tempo quando chiudiamo. Gli ho detto che quello che dovrei fare è preparare più tavoli perché la gente non se ne vuole stare tutto il giorno in piedi, e l’ultima cosa di cui si deve preoccupare è l’aspetto del pavimento”.

“Ti ha mandato via”, ha detto Archie.

Neville ha annuito.

“Perché non sai spazzare”.

Neville ha annuito. Archie sembrava pensieroso.

“È anche arrivato un riscontro che dice che ho dei precedenti”, ha aggiunto Neville.

È calato il silenzio, Neville si è guardato intorno. Archie sorrideva trionfante. “Dice che hai precedenti?”.

“Non lo so nemmeno”, ha detto Neville stancamente. “Forse uno per possesso. Ma adesso sono pulito però”.

“Scommetto che metà di quelli che lavorano lì hanno precedenti per possesso”, l’ha schernito Archie. “Non possono licenziarti per quello. Te lo dico io cosa devi fare. Vai lì e gli dici di riprenderti altrimenti li denunci per licenziamento ingiustificato”.

Così Neville è andato e ha minacciato Red Lobster di denunciarli per licenziamento ingiustificato. Quando è tornato, non ho visto il cappellino e il grembiule da aiuto cameriere.

“Te la danno la liquidazione?”, ha chiesto improvvisamente Black George. “Perché legalmente, sono obbligati a darti la liquidazione”.

“Si sono presi la divisa!”.

Black George ha detto: “Per lo meno dimmi che ti hanno pagato i giorni di prova”.

Ci sono voluti un paio di giorni perché Neville trovasse il coraggio di reclamare la liquidazione e il pagamento dei giorni di prova. Il capo aveva detto che avrebbe chiamato la polizia se Neville fosse tornato. Girava in tondo, parlottando tra sé e sé e qualche volta anche con noi contro la polizia. Gli avevano detto che l’accusa per possesso non sarebbe finita sulla fedina. Ed eccola lì. Gli avevano impedito di vendere la sua musica. E adesso gli impedivano di riscuotere quello che gli spettava di diritto. Parlava come se avesse raggiunto una grande consapevolezza di sé stesso, come se avesse finalmente messo ordine nella sua vita. Era la polizia che l’aveva sempre tenuto a freno. “Mi farò pagare il mio liquidamento”, ha detto.

E, con mia sorpresa, l’ha fatto. Il capo gli ha dato una banconota da venti dollari.

“Be’ furbo”, ha detto Archie. “Il capo ci avrebbe rimesso di più se fosse arrivata la polizia e i clienti si fossero spaventati”.

Quel pomeriggio, Neville non ha parlato granché. Ha fatto un giro intorno ai campi con la banconota arrotolata come una sigaretta tra le labbra, annuendo disinvolto a chiunque guardasse nella sua direzione.

“Smettila di giocarci”, ha urlato Black George. “Ti vola via”. Poi Neville è scomparso. Qualche ora dopo è passato un poliziotto in macchina e ha chiesto se conoscevamo l’uomo addormentato nel fosso.

“Lo conosciamo”, ha detto Archie. “Gli deve solo passare”.

“E allora fagliela passare a casa tua”, è scattato il poliziotto. “Non dove tutti si fermano a guardarlo. Sta rallentando il traffico”.

C’è stato un lungo silenzio. Nessuno voleva accogliere Neville.

“Agente”, ha detto Archie alla fine. “Lo porti nella cella per gli ubriachi. Vengo a prenderlo domani mattina”.

E dal modo in cui l’agente si è sistemato il cappello, ho capito che aveva già visto quella scena, l’uomo leale che recupera l’amico losco in prigione. Archie si è aggirato impettito per il resto della serata come un uomo che sta per celebrare un rito importante.

Spot_The_Strip_3 copyTutta la notte ho pensato a Neville in carcere, e a quello che avrei chiesto ad Archie l’indomani. C’era la prigione, e l’aspetto che aveva. E che aspetto aveva Neville, in prigione. Volevo che avesse l’aspetto di un uomo che sa cosa sono i tie-break e la parità e il vantaggio, e l’Eritrea. Gli si sarebbe letto in faccia tutto quello che gli avevo insegnato, ne ero sicuro, la domanda era in che modo.

Alla fine ho chiesto solo: “Come ti sembrava?”.

Ma fuori dalla prigione Archie aveva parcheggiato in un’area riservata e aveva preso una multa gigantesca.

“Il cartello era sbiadito”, insisteva amareggiato.

E dopo tre o quattro volte che gli avevo chiesto come gli fosse sembrato Neville, si è girato verso di me e ha urlato: “Come diavolo vuoi che sembrava? La prigione sembrava una prigione. Tutti quelli dentro sembrano in prigione. E Neville era come loro”.

Quando Neville si è rifatto vivo, ho visto che aveva davvero lo stesso aspetto. Ma adesso ci chiedeva soldi. Lo faceva con tanta naturalezza che si capiva se li aspettava. Non si aspettava invece che Archie si sarebbe messo a urlare: per la multa e i punti sulla patente, per la faccia tosta di Neville di farsi rivedere tra gente perbene, per come lui e il suo fare da ghetto dovevano tornarsene da dov’erano venuti. Neville sembrava spaventato all’inizio, ma prima che Archie finisse di urlare stava già camminando giù per la collina.

Un paio di mesi dopo c’era un altro uomo sullo spartitraffico.

“Lo vedi che ha gli occhi iniettati di sangue?”, ha detto Archie. “Lo vedi il bianco attorno alle labbra?”.

Un giorno mia madre l’ha superato sulla statale e ha inchiodato con tanta forza che credevo fosse impazzita e stesse per dargli dei soldi.

“Mendicante!”, ha urlato.

L’ho guardata terrorizzato.

“Non barbone!” ha detto lei, sorridendo e prendendomi per il polso. “Non senzatetto! Mendicante!”.

Il mendicante si è avvicinato. Mia madre ha continuato a guidare, sorridendo e articolando sottovoce la parola che le era tornata in mente dopo tanto tempo.

 

 

 

[1] Nel tie-break si gioca il primo punto servendo da destra, poi la palla passa all’avversario che deve servire due volte (la prima a sinistra e poi a destra, e così via). Il game risulta vinto dal conseguimento del settimo punto in poi con almeno due di vantaggio e i punti si calcolano in sequenza da 1 a 7 invece che in 15, 30, 40, game come nei game classici, ndt.

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